Desertificazione bancaria: sempre meno sportelli

Non è solo una questione di numeri, ma di persone. Dietro la chiusura di 261 sportelli bancari nei primi sei mesi del 2025 ci sono anziani rimasti senza assistenza, imprese più isolate, territori che si svuotano di servizi e, con essi, di fiducia. Il tredicesimo rapporto della Fondazione Fiba di First Cisl sulla desertificazione bancaria aggiorna al 30 giugno un fenomeno silenzioso ma crescente, che racconta molto più di quanto sembri: l’Italia si sta svuotando di banche e, con esse, di presidio sociale.

Nel solo primo semestre del 2025, altri 34 comuni hanno perso l’ultimo sportello rimasto, portando a 3.415 il numero dei centri abitati italiani completamente desertificati dal punto di vista bancario. Parliamo del 43,2% dei comuni italiani. Una porzione enorme del Paese, in cui vivono oltre 4,7 milioni di persone, a cui se ne aggiungono quasi 6,5 milioni residenti in comuni con un solo sportello. Più di 11 milioni di cittadini, quindi, che vivono il rischio quotidiano dell’esclusione finanziaria.

Eppure la banca, per molti italiani, non è solo una macchina bancomat o un’app sul cellulare. È un volto, un riferimento, un rapporto umano. E proprio questo tessuto si sta strappando: i più colpiti sono i piccoli comuni, le aree interne, quelle dove l’accesso ai servizi digitali è ancora limitato, e dove la percentuale di anziani è più alta. Solo il 33,9% delle persone tra i 65 e i 74 anni in Italia usa l’internet banking, contro una media UE del 44,7%.

Questo dato, incrociato con la diffusione ancora modesta dell’online banking nel Paese nel suo complesso (55% contro una media UE del 67,2%), fa emergere un quadro preoccupante: la desertificazione bancaria non è solo una trasformazione logistica, ma un fattore di esclusione sociale.

A livello territoriale, le regioni più colpite nei primi sei mesi del 2025 sono state Friuli Venezia Giulia e Marche, entrambe con una perdita del 2,3% degli sportelli, seguite da Sicilia, Veneto e Basilicata con il -1,9%. Alcune province sono diventate veri e propri deserti bancari: Vibo Valentia, Isernia, Avellino, Reggio Calabria, Catanzaro e Cosenza si posizionano in fondo alla classifica per presenza di sportelli.

All’opposto, province come Barletta-Andria-Trani, Ferrara, Ragusa, Pisa e Ravenna resistono meglio alla ritirata bancaria, in alcuni casi anche grazie all’apertura di nuove Banche di Credito Cooperativo.

La mappa è in costante evoluzione, anche per effetto delle strategie di fusione e acquisizione tra gruppi. Il cosiddetto “risiko bancario” sta modificando profondamente gli equilibri territoriali. Bper, grazie all’incorporazione della rete di Banca Popolare di Sondrio, è diventata la prima banca in Lombardia per numero di sportelli: 673 in totale, pari al 17,9% della rete regionale. Intesa Sanpaolo resta la prima a livello nazionale, ma la distanza dal gruppo Iccrea si è ridotta a soli 28 sportelli, una forbice minima se si considera che Iccrea ha chiuso appena sei filiali nel semestre, contro le 141 di Intesa.

A completare il quadro, Cassa Centrale Banca, gruppo cooperativo che ha addirittura aperto 9 nuovi sportelli, un caso quasi isolato nel panorama.

Questi numeri sono solo la superficie. Sotto, c’è la questione del modello di banca. Riccardo Colombani, segretario generale di First Cisl, lancia un messaggio chiaro: “Bper non dimentichi le sue radici di banca popolare.

Le Bcc hanno il potenziale per diventare ancora più protagoniste del sistema creditizio italiano, purché sappiano bilanciare coordinamento e autonomia.” È un invito a riscoprire la funzione mutualistica della finanza, a rimettere al centro i territori, soprattutto quelli periferici, dove la banca non è solo un luogo in cui si gestiscono i soldi, ma un’infrastruttura di prossimità, tanto importante quanto la farmacia o l’ufficio postale.

Il trend, però, non sembra destinato a fermarsi. Intesa Sanpaolo proseguirà nella seconda metà dell’anno con la sua riorganizzazione in chiave digitale. E il fallimento dell’Ops di Unicredit su Banco Bpm ha probabilmente evitato nuove chiusure, specialmente nel Sud, dove la mancanza di acquirenti per le filiali in eccesso avrebbe potuto significare l’abbandono di intere province. Il vero nodo resta proprio qui: può una banca restare banca se abbandona i luoghi?

L’Italia delle aree interne, dell’invecchiamento demografico e della fragilità digitale ha bisogno più che mai di una finanza che non dimentichi la geografia. Ecco perché monitorare la desertificazione bancaria non è solo un esercizio statistico, ma un’azione di vigilanza democratica. Perché l’accesso ai servizi finanziari è parte integrante della cittadinanza. Toglierlo significa spegnere un’altra luce nei territori che resistono.