Italia che frana: il Paese dove il rischio è la norma

C’è un’Italia che scivola, che frana, che si allaga, che cede. È l’Italia delle colline senza più radici, delle coste che retrocedono, dei torrenti che diventano fiumi impazziti in poche ore. È un’Italia fragile, letteralmente in bilico, che nel 2024 trova nel nuovo rapporto dell’ISPRA – l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – una fotografia precisa e inquietante della propria vulnerabilità idrogeologica.

E il quadro che emerge è quello di un Paese esposto su tutti i fronti: frane, alluvioni, erosione costiera e valanghe non risparmiano quasi nessun angolo del territorio nazionale. La minaccia è estesa, persistente e, in molti casi, aggravata dal cambiamento climatico e da un modello di sviluppo spesso miope e disattento.

Il 94,5% dei comuni italiani è interessato da almeno una delle principali categorie di dissesto. Si parla di oltre 7.400 municipi, distribuiti lungo l’intera penisola, dove il rischio idrogeologico non è più un’eventualità, ma una condizione strutturale. La combinazione tra caratteristiche geologiche e morfologiche del territorio – l’Italia è per il 75% montana o collinare – e la crescente antropizzazione, ha creato una miscela instabile e pericolosa.

A partire dal secondo dopoguerra, lo sviluppo urbanistico ha spesso ignorato le regole della natura, espandendosi in zone esposte a pericoli noti o sottovalutati. Il risultato è un’impennata degli “elementi esposti”: persone, abitazioni, infrastrutture e beni culturali che si trovano in aree a rischio elevato.

L’ultimo triennio è stato emblematico. Il 2024, secondo i dati del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, è stato l’anno più caldo mai registrato in Italia. L’incremento delle temperature ha coinciso con un aumento degli eventi meteorologici estremi: piogge torrenziali, alluvioni improvvise, colate di fango.

Il maggio del 2023, ad esempio, ha visto cadere su alcune zone d’Italia quantità di pioggia pari a sei volte la media del periodo, provocando frane ed esondazioni a catena. In Emilia-Romagna, nell’arco di pochi giorni, si sono innescate oltre 80.000 frane, un numero senza precedenti nella storia recente del Paese.

Non si tratta però di eventi eccezionali, bensì di sintomi di una tendenza ormai consolidata. I cambiamenti climatici stanno modificando il regime pluviometrico, intensificando le precipitazioni in brevi archi di tempo e rendendole più distruttive. Questo ha effetti diretti sull’innesco di frane superficiali, colate detritiche e flash flood, ovvero piene rapide e improvvise che trasformano piccoli corsi d’acqua in fiumi devastanti. Il territorio non è più in grado di assorbire, contenere, gestire queste sollecitazioni.

Il cuore del rapporto ISPRA è rappresentato dall’aggiornamento dell’Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (IFFI), il più ampio e articolato database sul tema esistente a livello europeo. Ad oggi, le frane censite sono oltre 636.000 e interessano circa 25.000 chilometri quadrati, pari all’8,3% dell’intero territorio nazionale. La densità dei fenomeni è particolarmente elevata in regioni come la Lombardia, la Toscana, l’Emilia-Romagna, la Campania e la Sicilia. Ma anche le zone alpine e appenniniche del Nord presentano indici di franosità preoccupanti.

Le frane più pericolose sono quelle rapide: crolli, colate di fango e detrito, in grado di svilupparsi in pochi minuti e con una potenza tale da travolgere strade, case e vite. Secondo l’ISPRA, circa il 28% delle frane italiane rientra in questa categoria. Eventi come quello che ha colpito Casamicciola Terme, sull’isola di Ischia, nel novembre del 2022, o quello avvenuto a San Felice a Cancello nell’agosto del 2024, testimoniano l’estrema pericolosità di questi fenomeni quando si verificano in prossimità di insediamenti abitativi.

Il nuovo aggiornamento della mosaicatura nazionale delle aree a pericolosità da frana, realizzato nel 2024, indica che circa il 23% del territorio italiano è classificato come potenzialmente instabile. All’interno di questa superficie, ben il 9,5% ricade nelle classi di maggiore pericolosità (P3 e P4), soggette a restrizioni d’uso. Un dato in aumento rispetto al 2020, frutto di nuove indagini condotte dalle Autorità di Bacino Distrettuali, ma anche segnale di un dissesto che si espande.

Il rischio non è solo geologico, ma anche umano ed economico. Secondo l’ISPRA, circa 1,28 milioni di persone risiedono in aree a rischio frane elevato o molto elevato. Se si considera anche il rischio alluvioni, il numero degli abitanti coinvolti sale a 6,8 milioni. Le famiglie a rischio frana superano il mezzo milione, mentre gli edifici potenzialmente coinvolti sono oltre 740.000. A questi si aggiungono quasi 75.000 imprese e circa 14.000 beni culturali.

Le coste, da sempre considerate luoghi di villeggiatura e risorsa economica, sono oggi tra le zone più fragili del Paese. Il 23% della linea di costa italiana ha subito modifiche significative tra il 2006 e il 2020, con avanzamenti o arretramenti superiori ai cinque metri. In totale, 934 chilometri di litorale risultano in erosione. Sebbene in alcune zone si osservi una lieve inversione di tendenza – grazie a interventi di ripascimento e opere di protezione – la pressione antropica e il deficit di sedimenti continuano a rappresentare un grave problema.

Anche le montagne non sono esenti da rischi. L’ISPRA, in collaborazione con enti regionali e il servizio Meteomont dei Carabinieri, ha aggiornato le mappe delle aree valanghive, che oggi coprono oltre 9.200 chilometri quadrati, corrispondenti a quasi il 14% dei territori sopra gli 800 metri di altitudine. Le valanghe sono eventi rari ma devastanti, e la loro mappatura sistematica è un passo fondamentale per la prevenzione e la gestione del rischio.

Per affrontare questa complessità, ISPRA ha sviluppato due piattaforme fondamentali: IdroGEO e ReNDiS. La prima è uno strumento digitale aperto e accessibile, pensato per rendere disponibili dati, mappe e indicatori sul dissesto idrogeologico a cittadini, tecnici e amministratori. La seconda è un archivio nazionale degli interventi per la difesa del suolo: raccoglie e monitora oltre 25.000 opere realizzate o finanziate negli ultimi 25 anni, per un investimento complessivo di oltre 19 miliardi di euro.

Il Rapporto si chiude con uno sguardo al futuro. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha previsto finanziamenti specifici per il miglioramento del monitoraggio ambientale, la realizzazione di infrastrutture tecnologiche avanzate e la mappatura satellitare del territorio. Progetti come il Sistema Integrato di Monitoraggio (SIM), il programma Spazio IRIDE per l’osservazione dallo spazio e le iniziative di ricerca promosse con l’infrastruttura GeoSciences IR rappresentano la nuova frontiera della prevenzione.

In un Paese dove le frane si riattivano dopo secoli e le piene sorprendono in pochi minuti, la conoscenza, il monitoraggio e la pianificazione diventano strumenti vitali. L’Italia non può permettersi di continuare a rincorrere l’emergenza. Il Rapporto ISPRA 2024 è, in questo senso, molto più di un documento tecnico: è un campanello d’allarme, ma anche una bussola per orientare le scelte di oggi e costruire un futuro più sicuro.