C’è un modo molto italiano di attraversare i disastri: trasformarli in una disputa morale. Non è un evento naturale, non è una catena di decisioni, non è una storia amministrativa fatta di atti, vincoli, controlli, omissioni: è la parabola edificante di qualcuno che “ha costruito dove non doveva”. È comoda, questa parabola.
Permette di nominare un colpevole che non siede in nessuna stanza dei bottoni, non firma delibere, non decide priorità di spesa, non imposta piani regolatori. Un colpevole diffuso, senza volto e senza contraddittorio: “gli abusivi”, o — nella versione più elegante — la “pressione antropica”.
A Niscemi questa scorciatoia sta già lavorando. La si riconosce da un dettaglio: non viene mai detta in modo diretto e completo, perché sarebbe contestabile; viene insinuata come premessa di buon senso. “Non si doveva costruire”. È una frase che suona inevitabile e quindi sembra vera.
Ma una frase può essere vera e, allo stesso tempo, essere usata per evitare la verità più importante: in un territorio governato, il “non si doveva” non è una morale, è un vincolo; e un vincolo non nasce oggi, ma vive negli atti e nelle scelte che lo rendono effettivo.
Qui sta il punto. La questione non è stabilire se qualche edificio fosse irregolare: è stabilire se il rischio fosse noto e regolato e, se lo era, perché quel sapere non è diventato governo.
Il rischio non era un sospetto: era scritto in codice
Il dissesto di Niscemi non appartiene alla categoria del “non potevamo immaginare”. Nelle carte del Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) — che non è un documento di opinioni, ma un dispositivo normativo — compaiono classificazioni che non lasciano spazio all’ambiguità: pericolosità molto elevata (P4) e, per porzioni e funzioni esposte, rischio elevato e molto elevato (R3–R4). Non è un’etichetta generica di fragilità: è la soglia più alta del sistema di classificazione.
E ciò che rende questa informazione politicamente esplosiva non è solo la “gravità” in astratto, ma la sua concretezza: le perimetrazioni e gli elenchi degli elementi esposti riguardano il centro abitato e infrastrutture che hanno valore pubblico, inclusi tratti e funzioni essenziali come la viabilità, perfino la logica della “via di fuga”.
Quando un piano colloca dentro l’area di rischio non solo case, ma anche funzioni collettive, smette di essere una faccenda privata. Diventa, per definizione, un problema di governo del territorio.
Ecco quindi che la narrativa della colpa individuale comincia a scricchiolare: perché può darsi che un cittadino costruisca dove non dovrebbe, ma un cittadino non può — da solo — trasformare in vulnerabile una “via di fuga” o mettere a rischio una porzione di centro abitato. Quello è il prodotto di una storia più lunga: pianificazione, autorizzazioni, controllo, manutenzione, interventi strutturali mai fatti o fatti a pezzi.
Non è un “consiglio”: il PAI comanda, e vale come variante urbanistica
A differenza di tante parole dette dopo, il PAI è una cosa semplice: produce obblighi. Le norme del piano stabiliscono che le prescrizioni sono vincolanti e che, una volta approvate, si impongono sugli strumenti urbanistici, fino a costituire variante rispetto a quanto già previsto dai piani vigenti.
Questo punto è fondamentale perché ribalta la prospettiva. Se davvero “non si doveva costruire”, la domanda non è “perché qualcuno ha costruito”. La domanda è: quali strumenti sono stati usati — e quando — per rendere effettivo quel “non si doveva”? Vincoli tradotti in atti? Divieti applicati? Procedure edilizie rese incompatibili? Controlli? Interventi di mitigazione? Delocalizzazioni pianificate? Manutenzione idraulica programmata? Monitoraggi permanenti? Tutte azioni che non possono essere delegate alla virtù dei singoli, perché sono compiti istituzionali.
Quando si invoca l’abusivismo come spiegazione totale, in realtà si sta dicendo una cosa diversa: il territorio era lasciato abbastanza libero perché l’irregolare diventasse possibile, e il regolare restasse comunque vulnerabile. E questo non è un difetto morale della cittadinanza: è un difetto di governance.
La mano che passa la responsabilità: “non ci avete chiesto”, “non avete segnalato”
C’è un altro meccanismo che accompagna la colpevolizzazione. Si afferma che l’emergenza sarebbe stata evitabile se il livello inferiore avesse “sollevato il problema” o “chiesto interventi”. In apparenza è un richiamo alla collaborazione tra enti; in realtà è un modo per ridurre un sistema complesso a una colpa procedurale.

Ma anche qui gli atti aiutano a rimettere i pezzi al loro posto. Nell’aggiornamento PAI del 2022, la relazione tecnica ricostruisce l’avvio dell’iter attraverso una nota protocollata del Comune nel 2019: una segnalazione formale di dissesto. Attorno a quella segnalazione, la relazione descrive sopralluoghi, richieste di integrazioni, scambi di informazioni. E, soprattutto, la conclusione amministrativa è netta: l’aggiornamento viene approvato con decreto.
Questo passaggio è più importante di quanto sembri. Non perché “assolve” qualcuno — non è un processo penale — ma perché mostra che la narrazione “nessuno ci ha detto niente” non è una descrizione fedele. Il problema non è l’assenza di segnalazioni: è la trasformazione della segnalazione in decisioni efficaci.
In altri termini: anche quando il sistema produce conoscenza (segnalazione → istruttoria → aggiornamento → decreto), resta aperta la domanda politica: che cosa è stato fatto, concretamente, per ridurre l’esposizione in un’area P4/R4?
L’equivoco utile: se la colpa è privata, la soluzione è emergenziale
La colpevolizzazione non è solo ingiusta: è funzionale. Perché se il problema è “qualcuno ha costruito male”, allora la risposta può essere ridotta a tre gesti: transenne, ordinanze, contributi temporanei, promesse di ricostruzione. L’istituzione diventa un’agenzia di emergenza.
Ma se il problema è “sistema che cede” — cioè una combinazione di geologia, idraulica, urbanizzazione, manutenzione, pianificazione — allora la risposta è molto più dura, e soprattutto costosa politicamente: significa ammettere che ci sono luoghi dove non si deve più costruire e dove può essere necessario non abitare;
Così come significa accettare che le perimetrazioni PAI non sono carta da consultare dopo, ma vincoli da applicare prima, che bisogna mettere in conto interventi strutturali, affrontare il tema della pianificazione urbanistica e dei controlli come un processo continuo, non come un rituale.
Ed è qui che la politica tende a scartare: perché governare il territorio vuol dire anche scontentare, fermare, imporre limiti, spendere prima che il disastro produca immagini.
Non si tratta di assolvere: si tratta di non mentire sulla responsabilità
Respingere la colpa addosso agli abitanti non significa dire che “tutto è colpa delle istituzioni”. Significa qualcosa di più sobrio: riconoscere l’asimmetria di potere e di competenza.
Un cittadino sceglie una casa. Un’amministrazione sceglie le regole del suolo, i vincoli, i controlli, le priorità di spesa, gli interventi. Un cittadino può ignorare un rischio, o sottovalutarlo. Un’amministrazione dispone di strumenti che trasformano il rischio in diritto e in divieto. Per questo, quando un territorio classificato come P4/R4 arriva a coinvolgere porzioni di centro abitato e infrastrutture, la responsabilità primaria non è “morale”: è istituzionale.
Se persino gli atti distinguono tra irregolarità edilizia e abitato esistente, allora usare l’abusivismo come spiegazione totale non è solo sbagliato: è una forma di rimozione. Serve a evitare la domanda più scomoda, quella che dovrebbe guidare ogni articolo serio su Niscemi: com’è possibile che un rischio così elevato, formalizzato e vincolante, sia rimasto compatibile con l’abitare, con il costruire, con il transitare, con il continuare “come prima”?
Il “non si doveva” è una frase vuota se non diventa politica
Dire “non si doveva costruire” dopo che il terreno cede è facile. È una frase che arriva sempre puntuale: non costa nulla e non obbliga a niente. Il punto è farla valere prima, quando significa fermare cantieri, cambiare piani, imporre limiti, spendere in prevenzione, affrontare delocalizzazioni, scegliere la manutenzione come politica.
Niscemi, nelle carte, era già un territorio dove il rischio era alto, codificato, normato. Se oggi la risposta pubblica tende a cercare colpe private, è perché riconoscere la responsabilità di governo aprirebbe un conto più grande: quello delle decisioni mancate e delle priorità invertite.
E allora bisogna dirlo con chiarezza, senza morale e senza alibi: la collina è fragile, sì. Ma a cedere per primo è stato il patto istituzionale che avrebbe dovuto rendere quella fragilità governabile.



