Milano, bufera sull’urbanistica: chiesti sei arresti eccellenti

Il modello Milano, tanto celebrato quanto discusso, rischia di sgretolarsi sotto il peso di un’indagine che tocca il cuore pulsante della sua trasformazione urbana. La Procura di Milano ha chiesto sei misure cautelari – due arresti domiciliari e quattro in carcere – nell’ambito di un’inchiesta che punta ai vertici della politica cittadina e del sistema immobiliare privato. Le accuse sono gravi: corruzione, falso, induzione indebita a dare o promettere utilità. E i nomi coinvolti non sono meno pesanti.

In cima alla lista figura Giancarlo Tancredi, assessore alla Rigenerazione urbana del Comune, considerato da anni l’uomo chiave della macchina amministrativa che ha guidato alcune delle più rilevanti trasformazioni della città sotto la giunta Sala. Insieme a lui, la richiesta di arresti domiciliari è arrivata per Manfredi Catella, imprenditore di primo piano e fondatore di Coima, tra i soggetti più attivi nella riconversione urbana milanese, dai grattacieli di Porta Nuova agli interventi su aree ex pubbliche.

Ma non finisce qui. Per il costruttore Andrea Bezziccheri – già coinvolto in altre vicende giudiziarie – e per due ex membri della Commissione comunale per il paesaggio, Giuseppe Marinoni (che ne è stato presidente) e l’architetto Alessandro Scandurra, la Procura ha chiesto la custodia cautelare in carcere. Stessa misura per l’architetto Federico Pella. Il gip Mattia Fiorentini valuterà nei prossimi giorni, mentre gli interrogatori sono fissati per il 23 luglio.

L’inchiesta mette in luce, ancora una volta, la debolezza strutturale di un modello urbanistico che ha preferito la mediazione con i poteri economici forti alla pianificazione pubblica. E se i fatti dovessero essere confermati, il danno politico sarebbe profondo. Perché a finire sotto accusa è l’intera filosofia che ha guidato la “rigenerazione urbana” milanese degli ultimi anni: una visione che, pur promossa da amministrazioni progressiste, si è via via avvicinata pericolosamente alla logica della rendita fondiaria e della deregolamentazione.

Giancarlo Tancredi

Che un assessore di una giunta di centrosinistra venga travolto da un’accusa di corruzione legata all’edilizia e al rapporto con grandi immobiliaristi è più che un caso giudiziario: è una dichiarazione di bancarotta politica. Negli anni, troppe amministrazioni “progressiste” hanno abbracciato un’idea di rigenerazione urbana che corrisponde fin troppo alle aspettative della destra economica. Un’idea in cui il soggetto privato è al centro, e il pubblico si limita ad accompagnare, approvare, favorire.

Questa visione ha prodotto un modello di città in cui le periferie restano ai margini, il diritto alla casa è calpestato, e le trasformazioni si concentrano dove il mercato garantisce profitti. Il resto, inclusione sociale, qualità ambientale, equità territoriale, resta sullo sfondo.

Le inchieste dei magistrati di Milano, che ora si concentrano anche sui rapporti tra assessori, funzionari, progettisti e investitori, stanno incrinando questa narrazione. E mettono a nudo una verità che molti cittadini conoscono da tempo: la rigenerazione urbana è diventata, troppo spesso, un altro nome per la speculazione legittimata.

Ma c’è anche un dato culturale più profondo da non ignorare. L’urbanistica pubblica, quella che dovrebbe orientare le scelte nel nome dell’interesse collettivo, è stata progressivamente svuotata. Ridotta a burocrazia di supporto, o peggio, a interfaccia tra politici e immobiliaristi. È in questo vuoto di visione e controllo che si insinua il rischio corruttivo.

La Giunta Sala, che ha costruito gran parte della sua credibilità su una narrazione di efficienza, modernità e trasformazione, non può limitarsi ad attendere l’esito delle indagini. Deve trarre le conseguenze politiche di quanto sta emergendo. Se non altro per rispetto verso quei cittadini che nella rigenerazione credevano davvero, e che ora si sentono traditi.

Il punto non è solo la colpevolezza dei singoli, che sarà valutata dai giudici. Il punto è la coerenza di un modello che si dice progressista ma nei fatti si appoggia agli stessi strumenti, agli stessi poteri e agli stessi attori di chi, da sempre, ha fatto del cemento la sua bandiera. In questa Milano “modello”, troppo spesso il diritto urbano è stato lasciato in secondo piano. E la giustizia – quella sociale, ambientale, spaziale – è rimasta senza voce.

Se la città vuole davvero voltare pagina, deve ripartire da qui. Dalla capacità di dire no agli appetiti privati. E di immaginare una nuova urbanistica che metta al centro le persone, non i profitti.

Manfredi Catella

Massimo Pasquini
Massimo Pasquini
Massimo Pasquini è stato a lungo segretario Nazionale dell'Unione Inquilini