Durante l’assemblea annuale di Inditex, la multinazionale spagnola leader del fast fashion, un gruppo di investitori istituzionali ha scelto di non approvare la Relazione di sostenibilità dell’azienda. Non si tratta di una contestazione marginale o simbolica: i voti contrari rappresentano oltre 56.000 azioni, per un valore di mercato di circa 109 milioni di euro.
A guidare la protesta è stata Fondazione Finanza Etica, supportata da Mandarine Gestion e da altri membri della rete europea Shareholders for Change. Le critiche rivolte a Inditex colpiscono al cuore la credibilità della sua strategia ambientale e sociale, accusandola di un divario profondo tra dichiarazioni pubbliche e pratiche concrete.
Il primo punto sollevato riguarda l’enorme impatto climatico legato al trasporto e alla distribuzione dei prodotti. Secondo l’analisi di Fondazione Finanza Etica, nel 2024 Inditex ha prodotto oltre 2,6 milioni di tonnellate di CO₂ da queste attività, una quota che da sola rappresenta circa il 20% dell’intera impronta climatica dell’azienda.
Nonostante gli impegni pubblici a favore del clima, l’uso intensivo del trasporto aereo continua a crescere. Questo contrasta con quanto fatto da altri concorrenti come H&M, che ha mantenuto le emissioni da trasporto aereo sotto l’1% e ridotto del 32,5% l’impatto logistico complessivo tra il 2019 e il 2024.
La seconda grande preoccupazione sollevata dagli azionisti riguarda i diritti dei lavoratori nella filiera produttiva, in particolare in Bangladesh. Circa tremila persone che lavorano per fornitori legati a Inditex rischiano procedimenti penali per aver partecipato a proteste nel 2023, chiedendo un adeguamento del salario minimo.
Gli investitori contestano la mancanza di un’azione concreta da parte del gruppo per chiedere il ritiro delle accuse e garantire libertà sindacale nei luoghi di produzione. Questo clima di tensione e minaccia, secondo la Fondazione, non può essere ignorato da un’azienda che dichiara di voler costruire una filiera etica.
L’iniziativa nasce dal lavoro di Shareholders for Change, una rete europea di investitori impegnati in una forma attiva e responsabile di azionariato. Fondata nel 2017, la rete include fondazioni bancarie, gestori patrimoniali e cooperative di investimento che condividono una visione etica e sostenibile del mercato finanziario.

Shareholders for Change opera ponendo domande scomode nei consigli di amministrazione, partecipando alle assemblee con proposte documentate e sollecitando cambiamenti concreti su temi ambientali, sociali e di governance.
Non si limita al settore tessile, ma ha agito in ambiti diversi, come l’industria automobilistica, dove ha chiesto a gruppi come Stellantis di pubblicare dati trasparenti sulle emissioni Scope 3, oppure nel settore energetico, contestando a compagnie come TotalEnergies la persistenza di investimenti in progetti fossili.
La protesta contro Inditex si inserisce dunque in una strategia più ampia di pressione dal basso. Un’azione di lunga durata, fondata sull’idea che l’azionariato non debba essere un ruolo passivo, ma uno strumento di cambiamento. In questo contesto, il caso Inditex è emblematico. Perché mostra quanto sia ancora ampio il divario tra le promesse ambientali delle multinazionali del fast fashion e le loro scelte operative quotidiane.
Anche sul fronte della trasparenza ESG, la distanza tra le aziende è significativa. Mentre alcuni competitor pubblicano dati dettagliati, definiscono obiettivi vincolanti e misurano i progressi con precisione, Inditex appare ancora legata a una narrazione green non sempre supportata da fatti concreti.
Il voto contrario alla sua Relazione di sostenibilità è un segnale forte, ma non isolato. In contemporanea, associazioni della società civile come Clean Clothes Campaign, Fair e Setem hanno promosso manifestazioni pacifiche in varie città europee, tra cui Milano e Barcellona, per denunciare l’ipocrisia ambientale e sociale del gruppo.
Questa contestazione si distingue per la sua forza simbolica e finanziaria. Dimostra che la finanza etica non è più un attore di nicchia, ma un soggetto capace di generare dibattito pubblico, condizionare scelte aziendali e difendere concretamente i diritti ambientali e sociali.
Se Inditex vorrà mantenere credibilità e fiducia, non potrà più limitarsi a pubblicare report curati e campagne pubblicitarie ispirazionali. Dovrà rispondere, con fatti verificabili, a chi la interroga dall’interno. Perché il tempo delle dichiarazioni è finito, e quello della coerenza è già cominciato.



