Di cosa parliamo quando parliamo di disciplina? È una domanda che sembra attraversare, suo malgrado, la vicenda che nelle ultime ore ha coinvolto il generale Pietro Oresta, comandante della Scuola Allievi Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri di Firenze fino a pochi giorni fa.
La sua rimozione dal comando, avvenuta con una tempistica tanto rapida quanto sospetta, sta sollevando interrogativi rilevanti non solo dentro l’Arma, ma anche nell’opinione pubblica, nel mondo sindacale e in quello politico. Il punto centrale è semplice, quanto scomodo: un comandante può essere sollevato dall’incarico per aver parlato, davanti ai suoi allievi, di benessere, salute psicologica e qualità della vita come valori superiori a qualsiasi procedura operativa?
I fatti
Venerdì scorso, durante la cerimonia di conferimento della laurea in Scienze della Sicurezza agli allievi marescialli del 12° corso triennale, il generale Pietro Oresta ha pronunciato un discorso fuori dagli schemi. Lo si attendeva su un registro formale, forse retorico, fatto di richiami alla disciplina, al sacrificio e al servizio.
Invece le sue parole sono state:
“Dovete curare prima voi stessi. Attenti alla salute, poi al servizio.”
E ancora:
“Ricordatevi che la vostra vita, e quella delle vostre famiglie, è superiore a qualunque istruzione o procedura.”
Frasi nette, inequivocabili. Dichiarazioni che, decontestualizzate o meno, hanno trovato immediatamente una fortissima eco nelle comunità interne dell’Arma, nei sindacati militari, ma anche nei media.
Non è un caso che, a sole 72 ore da quella cerimonia, sia giunta la sua rimozione dal comando della Scuola Marescialli. Nessuna nota ufficiale, nessuna spiegazione trasparente. Ma la coincidenza temporale tra l’intervento e l’esautoramento è un elemento che ha alimentato, più che semplici sospetti, la percezione di una ritorsione istituzionale.
Il contesto che spiega (forse) tutto
La Scuola Marescialli di Firenze non è un luogo qualsiasi della formazione militare italiana. È il cuore della preparazione dei sottufficiali dell’Arma. Ed è lo stesso luogo dove, nel 2024, si è consumata la tragedia del suicidio di una giovane allieva carabiniera di 25 anni. Una vicenda che ha lasciato una ferita profonda e aperto interrogativi, anche giudiziari, poi archiviati, ma non certo superati sul piano umano e culturale.
Non è peregrino pensare che il generale Oresta avesse presente quell’episodio, e il dolore che ne è scaturito, quando ha scelto di imprimere al suo discorso un messaggio non solo controcorrente, ma direttamente antagonista rispetto a una narrazione tradizionale: quella del carabiniere come servitore senza volto, senza bisogni, senza fragilità.
Le reazioni
La reazione più dura arriva dal sindacato dei carabinieri Unarma, il cui segretario generale Antonio Nicolosi parla apertamente di “rimozione punitiva”, accusando il vertice dell’Arma di preferire “ufficiali-soldatino, che tacciano, obbediscano e non si preoccupino troppo del benessere del personale”.
Il sindacato domanda apertamente se oggi sia “scandaloso e pericoloso” parlare di salute psicologica e qualità della vita. Aggiunge Nicolosi: “Quando un generale parla ai suoi uomini come un padre, e non come un algoritmo, scatta subito la reazione: via. Non accettiamo che questa diventi la regola.”
Anche la politica interviene. Il senatore del Partito Democratico Filippo Sensi scrive: “Spero non sia vero che il generale Oresta sia stato rimosso per aver esortato gli allievi a curare la salute mentale prima del servizio. Cresce la consapevolezza, nascono iniziative come quella sul diritto a stare bene, e stiamo ancora così?”
Ma il segnale forse più esplicito arriva indirettamente dal comandante generale dell’Arma, Salvatore Luongo. Senza mai nominare il generale Oresta, in un discorso pubblico a Padova ribadisce che “la disciplina è il collante di un’organizzazione complessa” e che “non è mera osservanza di regole, ma consapevole condivisione di un ideale superiore, che guida il comportamento di ogni carabiniere, anche oltre l’orizzonte della convenienza personale”.
Parole che, in controluce, suonano come una smentita e una condanna implicita al messaggio trasmesso da Oresta.
Il nodo irrisolto: la salute mentale nell’Arma
Il punto più grave, che questa vicenda riporta sotto i riflettori, riguarda il rapporto mai completamente risolto tra le forze armate e la salute mentale dei propri membri. I dati sui suicidi tra appartenenti alle forze dell’ordine e alle forze armate in Italia restano un indicatore drammatico e troppo spesso sottovalutato.
Burnout, depressione, isolamento, stress cronico sono fenomeni noti, denunciati dai sindacati e dalle associazioni, ma ancora trattati come emergenze episodiche anziché come un problema strutturale.
Il generale Oresta ha parlato — e forse pagato — proprio per aver tentato di portare al centro di una cerimonia ufficiale questa consapevolezza: che un carabiniere, prima ancora di essere un servitore dello Stato, è un essere umano, con bisogni, fragilità e diritti.
Una lezione (amara) per il futuro
Se le istituzioni non saranno in grado di interrogarsi sul significato reale di questa vicenda, il rischio è quello di confermare un modello in cui chi prova a portare dentro l’organizzazione uno sguardo più umano viene isolato e, se necessario, rimosso.
Se, al contrario, questo caso diventasse l’occasione per una discussione seria, finalmente trasparente, sulle condizioni di vita e di lavoro di chi veste una divisa, allora il prezzo personale pagato dal generale Oresta potrebbe trasformarsi in un seme di cambiamento.
Per ora resta un dato incontrovertibile: parlare di salute mentale nell’Arma è ancora considerato un atto politicamente rischioso. E chi lo fa, se ha un comando, rischia di perderlo.



