Il confine di giungla che separa Thailandia e Cambogia è di nuovo una polveriera. A riaccendere la miccia è stato lo scontro a fuoco di fine maggio a Chong Bok, nella fascia di terra che circonda il tempio khmer di Preah Vihear, da più di mezzo secolo simbolo di rivendicazioni incrociate e nazionalismi feriti.
Un soldato cambogiano è rimasto ucciso, le alte sfere militari hanno scambiato accuse di sconfinamento e le due capitali si sono lanciate in una gara di misure ritorsive che ha trasformato la linea di frontiera in una nuova cortina di ferro tropicale.
All’inizio di giugno l’esercito thailandese ha ordinato la chiusura di quasi tutti i valichi terrestri in sette province – da Ubon Ratchathani a Trat – vietando il passaggio a turisti, commercianti e persino ai residenti che ogni giorno attraversavano la dogana per lavorare o vendere merci al mercato. Le eccezioni sono poche: pazienti in ambulanza, studenti con permesso speciale, qualche carico essenziale autorizzato a passare sotto scorta armata.
Phnom Penh ha risposto tagliando l’import di frutta e verdura, bloccando parte della banda larga proveniente da Bangkok, sospendendo le forniture di carburante e vietando la proiezione di film thailandesi. La guerra dei dazi, dei visti ridotti e dei divieti culturali ha congelato un commercio di frontiera che l’anno scorso valeva quasi cinque miliardi di euro e garantiva a decine di migliaia di famiglie un reddito quotidiano.
La tensione non resta confinata ai posti di blocco. A Bangkok manifestanti nazionalisti sventolano bandiere thailandesi sotto le finestre del ministero degli Esteri, accusando il governo di mollezza e invocando la “difesa dell’onore nazionale”. A Phnom Penh, manifesti con il tempio di Preah Vihear campeggiano nei viali centrali a ricordare che la sentenza dell’Aja del 1962 – e quella integrativa del 2013 – assegna il sito alla Cambogia e che qualunque ripensamento è inammissibile.
Intanto, lungo i sentieri di confine, artiglieria leggera e trincee vengono spostate avanti e indietro mentre i comandanti militari annunciano ridislocazioni “temporanee” che somigliano sempre più a un confronto permanente.
La crisi divampa in un momento delicato per la politica interna di entrambe le nazioni. A Bangkok la premier Paetongtarn Shinawatra – figlia dell’ex leader populista Thaksin – fronteggia le prime crepe della coalizione e una campagna di proteste orchestrata da rivali conservatori dentro e fuori le caserme.
La fuga di una telefonata con Hun Sen, l’ex premier cambogiano ancora influentissimo, in cui lei lo chiama affettuosamente “zio” e si dice pronta ad “occuparsi” di un alto comandante thailandese, ha scatenato una tempesta mediatica che l’opposizione cavalca per chiederne le dimissioni. Paetongtarn si è scusata, spiegando di aver usato un tono negoziale, ma il danno è fatto e l’esercito rumoreggia dietro le quinte.

Anche Phnom Penh ha i suoi scogli. Hun Manet, figlio di Hun Sen e primo ministro da meno di due anni, deve mostrare polso in patria senza compromettere i rapporti economici con Bangkok, da cui la Cambogia importa un terzo dei carburanti e buona parte dell’energia elettrica. La chiusura prolungata dei valichi rischia di far schizzare i prezzi all’interno del Paese e di bloccare le esportazioni di gomma e mais verso i porti tailandesi.
Le autorità cambogiane, inoltre, sono sotto pressione internazionale per il boom di truffe online gestite da syndicate asiatici a Sihanoukville: la Thailandia promette di tagliare qualunque bene “potenzialmente utile alle gang” e di coordinarsi con FBI e Interpol per soffocare i call-center illegali al di là del confine.
Sul terreno diplomatico l’ASEAN si offre come mediatore, ma è distratta dalla crisi birmana e dalle tensioni laotiane. Pechino, principale investitore in entrambi i Paesi e interessata a mantenere sicuro il corridoio economico Kunming–Bangkok–Sihanoukville, smorza i toni e sconsiglia escalation, temendo ripercussioni sui propri cantieri autostradali e ferroviari.
Washington osserva con discrezione: un conflitto aperto destabilizzerebbe una regione chiave per i piani di “friend-shoring” statunitense, ma un intervento troppo visibile potrebbe spingere i due litiganti ancor più nell’orbita cinese.
Per ora, dunque, si combatte soprattutto a colpi di posti di blocco e divieti doganali, ma il rischio di un altro scontro armato resta concreto. Una sola giornata di chiusura ferma scambi per oltre dieci milioni di dollari, svuota i bazar di confine, lascia marciare il durian nei depositi refrigerati thailandesi e fa schizzare il prezzo del diesel nei distretti cambogiani. Ogni ora che passa senza un corridoio umanitario o un tavolo di negoziato ingigantisce il costo economico e politico della crisi.
Il precedente del 2008-2011, quando battaglie sporadiche provocarono decine di morti ma furono alla fine disinnescate da forti pressioni internazionali, suggerisce che anche stavolta a decidere sarà l’aritmetica degli interessi: quanti miliardi di baht valgono quei valichi, quanto capitale politico è disposto a spendere un governo per non perdere la faccia.
Finché la risposta resterà ambigua, la giungla di Preah Vihear continuerà a essere molto più che una linea su una mappa: sarà la cartina di tornasole delle fragilità nazionali e delle rivalità che le attraversano.
Fonti:
Reuters, Associated Press, The Guardian (10 giugno 2025), Nation Thailand, Khmer Times, Thai Ministry of Commerce trade data 2024-2025, ASEAN Secretariat brief giugno 2025, Ufficio dogane cambogiano.



