Siria, svolta storica: addio all’Iran, apertura all’Occidente

Per la prima volta in oltre un decennio, la Siria non è stata al centro delle condanne internazionali, ma del silenzio diplomatico. Un silenzio calcolato, politico. Dopo l’attacco più diretto di Israele contro l’Iran, mentre gran parte del mondo arabo condannava l’offensiva, il nuovo governo siriano ha scelto di tacere. Non per indifferenza, ma per strategia.

È il segno più chiaro che la Siria post-Assad sta voltando pagina. Un cambiamento che, secondo analisti e osservatori internazionali, potrebbe ridefinire gli equilibri del Medio Oriente.

Un nuovo corso, lontano da Teheran
Dalla caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre scorso, la Siria è guidata dal presidente Ahmed al-Shara, ex diplomatico e figura di compromesso tra ribelli e moderati. Una delle sue prime mosse è stata la rottura — per ora diplomatica — con l’Iran, storico alleato del vecchio regime.

Il governo di al-Shara ha dichiarato di non voler più ospitare milizie iraniane o gruppi armati che operano contro Israele dal territorio siriano. “È un messaggio chiaro agli Stati Uniti e a Tel Aviv”, ha affermato Ibrahim al-Assil del Middle East Institute. “La Siria non fa più parte dell’Asse della Resistenza”.

Fonti diplomatiche indicano che nei mesi scorsi sono avvenuti contatti diretti tra funzionari israeliani e rappresentanti siriani, un evento senza precedenti per due Paesi formalmente in stato di guerra dal 1948. Sebbene non si parli ancora di normalizzazione, la sola idea di un dialogo è già dirompente.

Il ritorno nel sistema finanziario
Se il cambio di rotta geopolitica è notevole, quello economico è ancora più sorprendente. Giovedì scorso, la Siria ha effettuato il suo primo bonifico elettronico internazionale in 14 anni, riattivando l’accesso al sistema SWIFT.

Un piccolo passo tecnico, ma di grande peso simbolico: “Questo primo ordine SWIFT simboleggia la fine dell’isolamento e l’inizio di una nuova era”, ha dichiarato Abdulkader Husrieh, governatore della Banca centrale siriana.

Il Presidente siriano Ahmed al-Shara – by EC – Audiovisual Service is licensed under CC BY 4.0.

Il bonifico è stato effettuato verso una banca europea — italiana, secondo fonti dell’opposizione — per pagare materiali da costruzione, in vista della ricostruzione del Paese. Più di un terzo del patrimonio edilizio siriano è stato distrutto dalla guerra, con costi stimati oltre i 250 miliardi di dollari.

Le banche statunitensi restano ancora prudenti, ma un recente allentamento delle sanzioni da parte dell’amministrazione Trump ha aperto uno spiraglio. Secondo il politico siriano Ayman Abdel Nour, “le banche hanno iniziato a fidarsi del sistema bancario siriano. È solo l’inizio”.

Ma la guerra non è finita
Tuttavia, la Siria resta un campo di battaglia per procura. Negli ultimi giorni, milizie irachene sostenute dall’Iran hanno lanciato attacchi missilistici contro almeno tre basi statunitensi nel nord-est siriano. I missili, provenienti da territori controllati dalla “Resistenza Islamica dell’Iraq”, sono stati tutti intercettati, ma l’escalation è evidente.

Questi gruppi armati — già responsabili di oltre 180 attacchi contro forze americane in Siria, Iraq e Giordania — sembrano voler sfruttare il vuoto di potere lasciato dalla ritirata iraniana dal suolo siriano.

Secondo quanto riportato da fonti locali, molti siriani — soprattutto nelle regioni meridionali come Dara’a — esprimono timori per un possibile coinvolgimento del Paese in nuovi conflitti regionali. Dopo quattordici anni di guerra civile, il desiderio diffuso è quello di lasciarsi alle spalle le tragedie del passato e di non essere trascinati in un’altra guerra per conto di potenze straniere. Ma in un contesto così instabile, la pace in Siria resta una conquista fragile.

Una Siria ambiziosa, ma vulnerabile
Il nuovo corso siriano punta a un duplice obiettivo: riaccreditarsi agli occhi dell’Occidente e liberarsi del peso delle vecchie alleanze tossiche. Ma tra attacchi delle milizie, tensioni tra Iran e Israele, e l’interesse strategico di Washington, la neutralità di Damasco sarà difficile da mantenere.

Per ora, il silenzio del governo al-Shara ha parlato chiaro. Resta da vedere se sarà abbastanza per costruire una Siria davvero nuova.

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