In un’Italia che spesso parla di immigrazione solo in termini di emergenza e confini, c’è un altro volto, più silenzioso ma concreto: quello della rete SAI – Sistema di Accoglienza e Integrazione. Il 23° rapporto annuale, appena pubblicato, ci racconta cosa significa davvero costruire percorsi di inclusione per decine di migliaia di persone migranti, a partire dai territori.
Nel 2024, il sistema SAI ha accolto quasi 55.000 persone. Di queste, oltre 15.000 erano minori, molti dei quali arrivati soli, senza famiglie, con alle spalle viaggi e storie che chiedono protezione e cura. Il 90% dei beneficiari ha meno di 41 anni. Numeri che raccontano un’accoglienza rivolta a una generazione giovane, potenzialmente vitale per il futuro di un Paese che invecchia.
Non si tratta solo di “posti letto”: il SAI è fatto di quasi 6.500 strutture, per lo più appartamenti diffusi sul territorio. Dentro, ogni giorno, lavorano 25.000 operatrici e operatori, supportati da oltre 12.500 professionisti in formazione continua. Un’infrastruttura civile che lavora nell’ombra e tiene in piedi percorsi di autonomia, diritti e dignità.
Una rete ampia, che parte dai Comuni
La forza del SAI sta nella sua natura diffusa: sono quasi 2.000 i Comuni italiani coinvolti. Piccoli centri, grandi città, unioni di Comuni e province: una rete istituzionale che copre il 93% delle città sopra i 100.000 abitanti, ma anche oltre 1.000 piccoli Comuni. Il cuore dell’accoglienza italiana batte nei territori, non nei grandi centri straordinari.
Nel 2024, i progetti attivati sono stati 872, con un tasso di attivazione del 99,2% sui finanziati. I posti effettivamente disponibili erano 38.696, distribuiti tra accoglienza ordinaria (82,6%), minori non accompagnati (15,4%) e persone con disagio o disabilità (2%).
Vulnerabilità e protezione: accogliere davvero
Accogliere non significa semplicemente ospitare. Il SAI lo dimostra con la sua attenzione alle fragilità individuali: tra i minori soli accolti, il 3,2% ha disturbi psichici, il 2,8% ha subito torture, l’1,5% è vittima di tratta. Tra le ragazze sole, il 22,4% è coinvolta nei circuiti della tratta, il 18,8% ha subito violenze, l’11,2% è in gravidanza. È su queste storie che il SAI costruisce percorsi personalizzati, con supporti educativi, sanitari, psicologici.
Un sistema in crescita, ma sotto stress
Eppure, il rapporto non nasconde le difficoltà. Tre, in particolare, sono le fragilità strutturali del sistema.
La prima è l’incertezza normativa: la continua ridefinizione dei criteri di accesso al SAI – specialmente dopo i decreti sicurezza e il Decreto Cutro – rende instabile la programmazione. Chi ha diritto a entrare? Con quali servizi?
La seconda riguarda i finanziamenti, sempre più frammentati tra fondi nazionali, europei e straordinari (come quelli legati all’emergenza ucraina). Un mosaico difficile da gestire, specie per i piccoli Comuni.
La terza è la complessità crescente dei casi. Le persone accolte arrivano con bisogni più intensi, a cui si sommano le difficoltà strutturali del nostro Paese: la crisi abitativa, la carenza di servizi sociosanitari, il precariato.
Eppure, funziona
Nonostante tutto, il SAI funziona. Il 55,8% dei beneficiari usciti nel 2024 ha concluso il proprio percorso con un buon livello di integrazione socio-economica. Solo il 2% è stato allontanato per decisione degli enti. E in un Paese dove spesso si sente dire che “non funziona nulla”, questi numeri valgono più di mille slogan.
Un modello da difendere (e rafforzare)
Il SAI non è perfetto. Ma è un modello pubblico, trasparente, partecipato. Un’idea di accoglienza che non si affida al caso o alla carità, ma costruisce progetti, alleanze, percorsi. Ed è proprio in questo che risiede la sua forza: nel mettere insieme istituzioni, terzo settore, operatori e comunità.
Il rapporto 2024 lo dice con chiarezza: se vogliamo un’Italia più coesa e giusta, non basta contare gli arrivi. Serve investire su chi resta, su chi accoglie, su chi lavora ogni giorno per rendere la protezione un diritto, non una concessione.



