Israele-Iran, l’incognita dello Stretto di Hormuz

Mentre le bombe cadono tra Tel Aviv e Teheran e le vittime si contano a centinaia, un’altra linea del fronte rischia di aprirsi a migliaia di chilometri di distanza dai raid aerei: lo Stretto di Hormuz. Lungo 560 chilometri e largo appena 34 nel suo punto più stretto, questo passaggio marittimo è il vero collo di bottiglia dell’energia mondiale. Da lì transita quasi il 30% del petrolio via mare, con circa 20 milioni di barili al giorno e più di 3.000 navi ogni mese.

In uno scenario dove l’aviazione israeliana ha assunto il controllo dello spazio aereo iraniano e il vertice militare di Teheran è stato decapitato in pochi giorni, la chiusura di Hormuz potrebbe diventare per l’Iran l’arma non convenzionale più potente per compensare la propria inferiorità militare. Sarebbe una mossa disperata, ma non impossibile: e cambierebbe le sorti del conflitto e dell’economia globale.

Un precedente pericoloso
L’idea di bloccare Hormuz non è nuova. L’Iran la evoca ciclicamente ogni volta che la pressione internazionale cresce: è successo nel 2011, nel 2019 con gli attacchi alle petroliere, e ora torna sul tavolo. A rendere concreta l’ipotesi è un dato: lo Stretto è interamente sotto tiro iraniano, con tutta la costa nord del Golfo Persico che appartiene a Teheran.

Un blocco — anche solo parziale — avrebbe conseguenze istantanee:

Impennata del prezzo del petrolio;

Interruzione dei flussi energetici dal Golfo (Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati);

Coinvolgimento diretto delle marine militari occidentali;

Esplosione dell’inflazione energetica globale, in particolare per Europa e Asia.

Petrolio in rally: il mercato già reagisce
Il prezzo del greggio WTI, già prima dell’attacco agli impianti di Bandar Abbas, era in ascesa. Alla chiusura settimanale segnava 73,72 dollari al barile, ma gli analisti guardano ora a soglie ben più alte: 100 dollari come possibile target intermedio, fino a 120 dollari in caso di chiusura dello Stretto o di escalation.

Il mercato non è nel panico, ma è in stato di allerta. I traders scommettono su nuovi massimi relativi. Se il prezzo superasse la soglia psicologica dei 100 dollari, non ci sarebbe più margine per la stabilità dei mercati energetici nel breve-medio termine.

Gas naturale: un rialzo per effetto domino
Anche il gas naturale sta risentendo indirettamente del conflitto. Il prezzo attuale è di 3,653 dollari, con una possibile corsa fino a 4 dollari. Nonostante il gas sia meno legato a Hormuz — essendo in buona parte distribuito via pipeline o proveniente da altre aree — esiste una forte correlazione settoriale. La paura per il petrolio solleva automaticamente anche il gas.

L’Europa rischia più di altri
Se Hormuz si chiude, l’Europa sarà una delle regioni più colpite. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, molti Paesi Ue hanno tagliato la dipendenza dal gas di Mosca, affidandosi proprio ai carichi liquidi del Golfo. Una crisi a Hormuz interromperebbe quei flussi alternativi, gettando l’intero continente in una nuova crisi energetica, con rincari e scarsità.

Per questo motivo, Bruxelles ha già espresso preoccupazione, mentre Washington ha chiesto a Tel Aviv di fermare gli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane. Una linea rossa è stata superata quando, tra il 14 e 15 giugno, Israele ha colpito i depositi di carburante di Teheran e il giacimento di South Pars, tra i più grandi del mondo.

Una soglia critica: il punto di non ritorno
Gli analisti lo dicono chiaro: il blocco di Hormuz non è ancora accaduto, ma è diventato una minaccia credibile. E questa credibilità è ciò che destabilizza i mercati. Ogni attacco, ogni vittima tra i vertici militari, ogni silenzio da parte della Guida Suprema, alimenta l’ipotesi che Teheran possa premere il grilletto economico più potente che ha: paralizzare il commercio marittimo globale.

Hormuz è oggi la frontiera più fragile del pianeta, più ancora della Striscia di Gaza o della Linea del Donbass. Ed è proprio per questo che ogni attore globale – dagli Usa alla Cina – ha tutto l’interesse a tenerlo aperto.

In un conflitto che sembra consumarsi tra eserciti e missili, la vera miccia potrebbe essere un tratto di mare largo 34 chilometri. Se l’Iran chiude Hormuz, non sarà solo una scelta militare. Sarà una bomba economica che nessuna banca centrale saprà disinnescare.

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