Piovono bombe e il prezzo dell’oro si nutre di guerre

L’alba del 13 giugno 2025 ha visto ripetersi la scena classica di ogni crisi: mentre le prime agenzie battavano la notizia dei raid israeliani sui siti iraniani, il prezzo dell’oro si è impennato fino a 3.444 dollari l’oncia, attirando capitali in fuga da borse e valute.

Il balzo iniziale — poco più dell’1 % in poche ore — è il cosiddetto “premio-shock”, ossia il sovrapprezzo che gli investitori pagano per assicurarsi contro gli scenari peggiori: sospensione degli scambi, attacchi cyber, blocchi navali.

La stessa sequenza si è già vista altre volte. Nell’agosto 1990, all’indomani dell’invasione del Kuwait, il metallo giallo passò in tre settimane da 384 a 416 dollari, salvo restituire i guadagni quando la guerra del Golfo si concluse in modo rapido.

Dopo l’11 settembre 2001, il lingotto schizzò da 215 a 287 dollari — quasi il 33 % di rialzo — prima di assestarsi un anno più tardi su un guadagno di poco superiore al 15 %, sospinto dalla politica monetaria ultra-espansiva che seguì agli attentati.

Nel 2014, durante la crisi di Crimea, la quotazione salì di quasi il 10 % nel giro di un mese, ma rallentò quando apparve chiaro che il conflitto restava circoscritto.

Dinamica opposta nel 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina fece schizzare l’oro sopra i 1.970 dollari e, a distanza di dodici mesi, il prezzo restava ancora più alto di circa il 20 % grazie all’inflazione energetica e ai tassi reali negativi.

Oggi, con la guerra che rischia di allargarsi a tutto il Medio Oriente, l’oro ha già messo a segno un balzo del 14 % dai minimi di febbraio, ma la traiettoria dipenderà da quanto a lungo resteranno in azione le stesse tre forze che hanno sostenuto i rally passati.

La prima di queste forze è l’evento in sé: più l’escalation appare incontrollabile, più cresce il premio-shock.

La seconda è il quadro macro: se il conflitto spinge l’inflazione verso l’alto e costringe le banche centrali a rendimenti reali negativi, l’oro fatica a scendere.

La terza — e oggi la più potente — è la domanda strutturale delle banche centrali: dopo il congelamento delle riserve russe nel 2022, la corsa a un attivo “non sanzionabile” ha portato gli acquisti ufficiali a 1.086 tonnellate nel 2024, terzo record di fila, e ha spinto la quota del metallo al 20 % delle riserve mondiali, superando per la prima volta l’euro.

Finché queste tre leve — shock immediato, reflazione, de-dollarizzazione — resteranno inserite, la soglia dei 3.000 dollari rischia di trasformarsi da picco congiunturale a nuovo pavimento di lungo periodo. Non è più soltanto la paura del bombardamento di stanotte a muovere il mercato: è la consapevolezza che, in un ordine monetario sempre più frammentato, il lingotto resta l’unico bene rifugio che nessuno può congelare con una sanzione.

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