Nel 2024 il rischio di povertà o esclusione sociale per i bambini sotto i sei anni in Italia è salito al 27,7%, in crescita rispetto al 25,9% dell’anno precedente. È quanto emerge dagli ultimi dati Eurostat, che confermano una realtà preoccupante: quasi un minore su tre in età prescolare vive in condizioni economiche e sociali difficili.
Si tratta della fascia d’età più vulnerabile, e proprio quella che più risente delle carenze del sistema di welfare, delle disparità territoriali e della precarietà lavorativa dei genitori. La media europea si attesta al 24,2% per tutti i minori sotto i 18 anni, ma in Italia il dato per i più piccoli supera di oltre tre punti la media UE.
Le cause: un mix di fragilità familiari e assenza di politiche strutturali
Precarietà e bassi redditi familiari
La prima causa strutturale è la debolezza economica delle famiglie con figli piccoli. I nuclei monoreddito, le madri sole e le famiglie numerose sono particolarmente esposte. In Italia, oltre un quarto delle famiglie con almeno un figlio minore ha un reddito inferiore al 60% del mediano nazionale.
Bassa partecipazione al lavoro femminile
Il tasso di occupazione femminile in Italia è tra i più bassi in Europa. La difficoltà di conciliare lavoro e cura dei figli piccoli spinge molte donne – soprattutto al Sud – a rinunciare all’occupazione o ad accettare impieghi saltuari e sottopagati. Questo riduce il reddito familiare e aggrava il rischio di esclusione sociale.
Accesso limitato a servizi per l’infanzia
Il nostro paese è ancora lontano dagli obiettivi europei sulla copertura dei servizi educativi 0-3 anni. Gli asili nido sono pochi, costosi e distribuiti in modo diseguale: nelle regioni meridionali l’offerta pubblica è spesso insufficiente, e i servizi privati sono fuori portata per molte famiglie. L’assenza di strutture educative precoci limita le opportunità di sviluppo dei bambini e ostacola l’inserimento lavorativo delle madri.

Povertà educativa e ambienti familiari fragili
Oltre alla povertà economica, cresce la povertà educativa. Bambini che crescono in contesti con scarsi stimoli culturali, in case sovraffollate o prive di spazi adeguati, sviluppano più difficoltà cognitive e relazionali. Questi svantaggi si consolidano già nella prima infanzia, rendendo più difficile il riscatto nelle fasi successive della crescita.
Il rischio di povertà cresce, ma le politiche restano incerte
Sebbene nel 2021 sia stato introdotto l’Assegno unico e universale, che rappresenta un passo importante verso un sostegno economico alle famiglie con figli, gli interventi non sembrano ancora sufficienti a colmare i divari strutturali. Il rischio è che i primi anni di vita, fondamentali per lo sviluppo psicofisico dei bambini, vengano compromessi da condizioni di disagio economico e sociale che il sistema non riesce a correggere.
Un investimento urgente e strategico
Contrastare la povertà tra i più piccoli non è solo un dovere morale, ma un investimento strategico per il futuro del Paese. Studi internazionali dimostrano che ogni euro speso nella prima infanzia ha un ritorno elevato in termini di benessere, istruzione, salute e partecipazione sociale futura.
Servono politiche più robuste e mirate: un piano nazionale per l’accesso equo ai servizi 0-6; il rafforzamento dei congedi parentali e della flessibilità lavorativa; misure contro la povertà abitativa; iniziative per ridurre la povertà educativa fin dai primi anni.
In un’Italia che invecchia e dove le nascite continuano a calare, proteggere i bambini più piccoli dalla povertà non è solo una priorità sociale: è una questione di sopravvivenza demografica e di giustizia intergenerazionale. I dati Eurostat non vanno ignorati: dietro le percentuali ci sono centinaia di migliaia di bambini che rischiano di crescere senza le basi per costruirsi un futuro dignitoso.



