Non conoscono i nomi dei colpevoli, ma sanno i nostri

C’è una cosa che va detta con chiarezza: se un giorno l’Italia verrà governata da un partito composto esclusivamente da infiltrati, sarà il naturale compimento di un’epoca in cui la sorveglianza ha superato l’intelligenza e la provocazione ha soppiantato la politica. Un partito vero, con tanto di statuto, simbolo, primarie riservate solo ai tesserati con identità fittizia. Programma elettorale: “Sapere tutto di tutti, fare poco per chiunque.”

Dopo aver letto l’articolo di Checchino Antonini su Diogene Notizie di oggi, viene il sospetto che in questo paese ci siano più agenti sotto copertura che cittadini socialmente impegnati. L’ultima trovata è l’infiltrato in Potere al Popolo, un ragazzo fresco di corso che per dieci mesi avrebbe frequentato assemblee, distribuito volantini, partecipato a riunioni pubbliche, manifestazioni e probabilmente a qualche discussione accesa su come stampare gli adesivi con meno budget. Una missione rischiosissima, come si può intuire.

Se tutto questo suona grottesco, è perché lo è. E non siamo i primi a dirlo. Heinrich Böll, già negli anni ’70, scrisse un libro tanto breve quanto corrosivo: Rapporto sui sentimenti politici della nazione. Era un periodo in cui la Germania Federale era attraversata da vere tensioni e minacce, eppure il bersaglio della sua satira erano i meccanismi stessi della sorveglianza. Il libro è una raccolta di finti rapporti dei servizi segreti, talmente ossessionati dal monitoraggio che alla fine cominciano a sospettarsi e denunciarsi tra loro. Infiltrati così immersi nei gruppi che dovevano osservare da diventarne i membri più radicali, più fanatici, più pericolosi. Parodia? Certo. Ma basata su una realtà molto concreta. La stessa che stiamo vivendo ora, solo con meno classe e più spyware.

A cosa servono queste infiltrazioni? Davvero è utile che un agente si sieda in un’assemblea pubblica fingendosi attivista, mentre è perfettamente noto dove si trova, con chi sta parlando, cosa sta facendo? Il problema è che spesso questi infiltrati non si limitano a “monitorare”. La questione non è la sorveglianza, che in uno Stato democratico ha una sua legittimità, bensì la provocazione. L’infiltrato che butta benzina sul fuoco, che spinge per la linea più estrema, che crea tensione dove non ce n’è, che induce altri a esporsi per poi isolarli o denunciarli. È successo, è documentato. E non solo nei romanzi.

Nel frattempo, i grandi misteri rimangono tali. Chi ha fatto sparire i dossier? Chi ha coperto le stragi senza colpevoli? Da piazza Fontana all’Italicus, passando per Ustica, i “monitoraggi” sono stati tanti, ma le verità poche. Sappiamo tutto di chi si traveste da figlio dei fiori per entrare in un corteo ecologista, ma ignoriamo chi ha ordinato, coperto, garantito le stragi di Stato. O meglio, lo sappiamo, ma ci querelano se lo scriviamo.

Eppure la macchina va avanti, con zelo e disinvoltura. Lì dove c’è un collettivo che discute di reddito minimo o un’associazione che salva persone in mare, ecco che arriva lo “007 oh yeah” col sorriso, la giacca di jeans, e magari pure il cane. Segue, ascolta, prende nota. Non per capire. Ma per schedare. E, all’occorrenza, spingere.

Il paradosso è che proprio chi si finge parte del popolo finisce per non capirlo affatto. Anzi, lo teme. E allora meglio spiarlo, infiltrarne le assemblee, distorcerne le battaglie. Non sia mai che qualcuno provi davvero a cambiare qualcosa.

Ma noi, nel nostro piccolo, non abbiamo bisogno di agenti sotto copertura per sapere chi lascia morire la gente in mare. Non ci serve un microfono nascosto per sapere chi firma i contratti a tre euro l’ora. Non dobbiamo hackerare nulla per capire chi impedisce alle famiglie di arrivare a fine mese. Li conosciamo bene e sappiamo in che partiti stanno.

E soprattutto non abbiamo bisogno di infiltrazioni per capire chi ha paura della partecipazione e del dissenso. Basta guardarli in faccia: perchè quelli non portano il passamontagna. Portano la cravatta e siedono in Parlamento nell’emiciclo destro.