Mentre l’Europa si affanna a difendere le sue democrazie dalle minacce esterne, c’è un Paese al suo interno che sta minando sempre di più le fondamenta giorno dopo giorno attaccando le libertà costituzionali. L’Ungheria di Viktor Orbán non è più una democrazia liberale: è un regime autoritario con elezioni, dove la legge è al servizio del potere, i giudici vengono messi a tacere e la società civile trattata come un nemico interno.
La nuova proposta di legge ungherese sulla cosiddetta “trasparenza nella vita pubblica” è solo l’ultimo tassello di un disegno ormai chiarissimo: rendere impossibile l’esistenza di ONG e media indipendenti. Se approvata, la legge permetterà al governo di inserire in una lista nera tutte le organizzazioni che ricevono fondi dall’estero, escludendole dai finanziamenti e costringendole alla chiusura con multe e sequestri.
In un Paese dove la stampa libera è già ridotta al minimo e le ONG sopravvivono a stento, significa il colpo finale. E infatti, decine di direttori di giornali europei, associazioni di magistrati e migliaia di cittadini hanno protestato apertamente. L’opposizione ha paragonato la legge alla normativa russa sugli “agenti stranieri”. E ha ragione: è una legge da regime.
Intanto il Parlamento ungherese ha anche approvato il ritiro del Paese dalla Corte Penale Internazionale. Una scelta simbolica e devastante, arrivata subito dopo la visita a Budapest di Benjamin Netanyahu, su cui pende un mandato d’arresto per crimini di guerra a Gaza.

Orbán lo ha ricevuto con tutti gli onori, anziché eseguire il mandato. Poco dopo, l’Ungheria ha annunciato che non farà più parte del sistema giuridico internazionale che indaga sui crimini più gravi. Questo non è solo isolazionismo: è complicità.
L’Unione Europea, nel frattempo, discute. C’è un dibattito previsto al Parlamento europeo, lettere bipartisan, appelli e minacce di sospendere i fondi europei. Ma la verità è che Orbán ignora da anni ammonimenti e sanzioni.
I miliardi congelati per corruzione e violazione dello stato di diritto non hanno cambiato nulla. Al contrario: ha radicalizzato il suo corso illiberale, ha vietato il Pride, ha attaccato i diritti civili, ha ridicolizzato i valori europei in nome di una retorica nazionalista e clericale.
A questo punto, non è più questione di difendere valori astratti. È questione di difendere la coerenza dell’Europa con se stessa. L’Ungheria è diventata un cavallo di Troia del putinismo dentro l’Unione: uno Stato che prende i fondi europei per finanziare un sistema autoritario, antidemocratico e sempre più alleato dei peggiori regimi del mondo.
Se la UE vuole essere credibile, deve dire basta. Bloccare subito i fondi, attivare l’articolo 7, sospendere i diritti di voto dell’Ungheria, e rompere l’ipocrisia. Perché quando si permette a un governo fascista di agire indisturbato nel cuore dell’Europa, il rischio non è solo per i cittadini ungheresi. È per tutti noi.



