Il circo mediatico ama Garlasco, ignora Zuncheddu

Mentre da settimane si discute su cosa accadrebbe se Alberto Stasi fosse riconosciuto innocente dopo oltre dieci anni di carcere per l’omicidio di Chiara Poggi, Beniamino Zuncheddu è già stato assolto. Non ipoteticamente. È stato assolto nel 2024, dopo aver trascorso 33 anni in carcere per una strage che non ha commesso. Eppure, mentre attorno al delitto di Garlasco si continua ad alimentare attenzione, interviste, documentari e dibattiti, su Zuncheddu è calato il silenzio.

L’ex pastore di Burcei era stato condannato all’ergastolo per la cosiddetta “strage di Sinnai”, nel 1991. Il processo di revisione, ottenuto anche grazie all’impegno del Partito Radicale e dell’avvocato Mauro Trogu, ha rivelato una verità mai emersa nel procedimento originario: il principale testimone dell’accusa non vide né riconobbe mai chiaramente Zuncheddu, e il processo si reggeva su elementi oggi considerati insostenibili.

Ma la giustizia italiana non è disposta a chiudere il cerchio così facilmente. Zuncheddu è stato assolto con la formula dell’articolo 530, comma 2, del Codice di procedura penale, cioè “per insufficienza di prove”. In parole semplici: non è colpevole, ma lo Stato non ha detto neppure con chiarezza che è innocente.

Ed è proprio questa formula che rischia di negargli ciò che gli spetterebbe: il risarcimento per ingiusta detenzione. Secondo la legge, infatti, per ottenere l’indennizzo bisogna essere assolti in modo pieno (“il fatto non sussiste” o “non l’ha commesso”) e non aver contribuito alla propria condanna con dolo o colpa grave. E nel caso di Zuncheddu, i giudici hanno parlato — paradossalmente — di “perplessità sulla sua effettiva estraneità all’eccidio”.

Così, dopo 33 anni in carcere, Zuncheddu ha ricevuto solo 28.000 euro. Non per l’errore giudiziario, ma per le condizioni disumane della detenzione: sovraffollamento, celle minuscole, acqua fredda. Il risarcimento per l’ingiusta detenzione, quello vero, è ancora fermo. E rischia di restarlo.

Nel frattempo, Beniamino lavora come cameriere, ospite di amici e parenti. Ha accettato di mettersi in gioco in una battaglia civile, dando il proprio nome a una proposta di legge sostenuta dal Partito Radicale: un fondo di sostegno immediato per chi, dopo anni di detenzione ingiusta, si ritrova a dover ricostruire la propria vita da zero.

Non cerca vendetta, Zuncheddu. Cerca giustizia, nel senso più concreto e dignitoso del termine. Eppure sembra scontare anche un altro tipo di colpa: non essere abbastanza visibile, abbastanza televisivo, abbastanza utile per tenere alto lo share. Il suo caso è meno affascinante, meno “giallo”, meno commerciabile.

Ma la democrazia si misura anche da questo: dall’attenzione che dedica a chi ha meno voce, e dalla responsabilità che si assume verso chi è stato colpito due volte — dalla condanna e dall’oblio. Ora tocca allo Stato correggere ciò che la giustizia ha lasciato a metà.