Unioncamere: posti vacanti. Ma tace sugli stipendi da fame

A pochi giorni dai referendum sul lavoro dell’8 e 9 giugno, si torna a parlare di “posti vacanti” e di “aziende che non trovano personale”. Il nuovo bollettino Unioncamere/Excelsior fotografa un paradosso italiano sempre più evidente: quasi la metà delle posizioni aperte non riesce a essere coperta. Il 47% delle imprese non trova candidati per i ruoli offerti.

Un dato che, letto con superficialità, alimenta la solita retorica: gli italiani non hanno voglia di lavorare. Ma a guardare bene – e Diogene Notizie, come sempre, guarda dal basso – la verità è molto diversa. Forse scomoda. Sicuramente ignorata da chi non ha mai dovuto lavorare per arrivare a fine mese. O se n’è dimenticato.

Eppure, chi vive davvero il mondo del lavoro – o meglio, il mondo della ricerca di lavoro – sa che la verità è esattamente l’opposto.

Il lavoro c’è. Ma è il lavoro a non volere le persone
Certo che c’è bisogno di lavoratori: il turismo, i servizi, le riparazioni, l’artigianato. Ma chiediamoci: che tipo di lavoro si offre? A quali condizioni? Con quale contratto, quale retribuzione, quale orario?

Perché è facile dire “non si trovano camerieri”, ma poi si scopre che quei camerieri dovrebbero lavorare sei giorni su sette, turni spezzati, in località turistiche dove non possono permettersi un letto. È facile dire “non si trovano tecnici specializzati”, quando quegli stessi tecnici sono formati in scuole pubbliche sottofinanziate, per poi essere retribuiti 1.300 euro netti al mese. È comodo cercare “responsabili della produzione” quando si intende: multitasking a chiamata con orari da manager e stipendio da stagista.

Allora sì: il lavoro c’è, ma non per chi non può permetterselo. Per chi non può permettersi di accettare compensi inadeguati, zero tutele, zero stabilità, una vita “a disposizione”.

Lo chiamano mismatch, è precarietà a senso unico
Il termine tecnico che va di moda è mismatch: il disallineamento tra domanda e offerta. Ma quello che viene venduto come un problema di competenze è spesso un problema di dignità. È uno squilibrio tra quello che si pretende dai lavoratori e quello che si è disposti a dare in cambio.

Prendiamo i numeri: il salario medio in Italia è fermo a 24.000 euro lordi annui, contro una media europea di 27.000 e i 36.000 dell’Olanda. I contratti a termine sono ancora più della metà delle nuove attivazioni. Il potere d’acquisto reale è fermo da 15 anni. E intanto si cercano figure ad alta qualificazione senza essere disposti a pagarle per ciò che valgono.

Il lavoro non è un favore. È un contratto sociale
Per troppo tempo si è fatto passare il lavoro come un “dono” dell’impresa. Ma non funziona così. Il lavoro è una relazione tra pari, dove il tempo, la fatica, la competenza devono avere una contropartita giusta. Se questa contropartita non c’è, non è l’operaio a essere sbagliato. È l’offerta che è ingiusta.

E non regge neanche l’alibi della formazione: non è credibile che i lavoratori italiani siano tutti inadeguati. È invece credibile che chi ha studiato, fatto corsi, master, tirocini, non sia più disposto a farsi sfruttare per una paga da fame.

Il vero “mismatch” è tra realtà e propaganda
A una settimana dai referendum sul lavoro, sentire ripetere che “non si trovano lavoratori” sembra quasi una manovra narrativa. Come se il problema del lavoro in Italia fosse la mancanza di braccia, non la mancanza di condizioni decenti per usare quelle braccia con rispetto.

La stagione turistica, intanto, è alle porte. Il sistema spera in frotte di giovani, migranti, disoccupati pronti a lavorare d’estate senza fiatare, magari in nero, magari in alloggi di fortuna. Poi a settembre si tornerà a parlare di “occupabilità” e “attivazione”. Senza mai parlare di cosa significa davvero vivere di lavoro oggi, senza eredità, senza scorciatoie, senza rendite.

E quindi?
Il lavoro c’è, sì. Ma è un lavoro che non si fa trovare con la testa alta, il contratto pronto, la busta paga onesta. È un lavoro che si nasconde dietro offerte opache, retribuzioni umilianti, modelli produttivi novecenteschi.
E così, ogni bollettino Excelsior diventa un bollettino di guerra tra chi ha bisogno di vivere e chi ha dimenticato quanto costa, davvero, vivere del proprio lavoro.

Diogene Notizie, come sempre, resta dalla parte di chi il lavoro lo cerca. Non per diventare ricco. Ma per smettere di essere povero.