In Italia, il 58% dei reparti di Medicina interna opera in condizioni di overbooking: più pazienti dei posti disponibili, sistemazioni di fortuna, letti nei corridoi, privacy azzerata. È il dato più allarmante emerso da una recente indagine condotta dalla Fadoi, la Federazione delle associazioni dei dirigenti ospedalieri internisti, su 216 unità operative distribuite su tutto il territorio nazionale. Si tratta di reparti rappresentativi di circa la metà dei posti letto e dei medici internisti presenti nel Paese.
Dietro quel 58% si nasconde però una realtà ancora più preoccupante: una sanità spezzata, frammentata, dove l’assistenza cambia radicalmente da una Regione all’altra. Se in Toscana solo il 27% dei reparti è in overbooking, in Umbria e Sardegna la situazione tocca il 100%. Lazio e Calabria superano rispettivamente il 90% e l’83%, mentre Abruzzo, Emilia-Romagna e Trentino-Alto Adige viaggiano tra il 67% e il 71%. A seguire, Basilicata (66%), Marche (62%), Sicilia e Liguria (57%), Lombardia (52%), Molise e Puglia (50%) e Campania (45%).
Un dato nazionale medio può nascondere ingiustizie profonde. In alcune Regioni, l’emergenza non è più solo sanitaria: è sistemica, strutturale, e mette in discussione il diritto stesso alla cura. In assenza di una rete territoriale efficace e con ospedali sotto pressione, il reparto di Medicina interna diventa il punto di caduta per qualunque fragilità: pazienti cronici, anziani, dimessi in modo precoce da altri reparti, o semplicemente in attesa di una sistemazione definitiva.
A rendere ancora più difficile la gestione è la carenza di personale, segnalata nell’85,6% dei reparti analizzati. Una carenza che non solo ostacola la qualità dell’assistenza, ma compromette anche ogni possibilità di sviluppo scientifico: quasi la metà dei primari dichiara di non riuscire affatto a fare ricerca, mentre un altro 43% lo fa meno di quanto vorrebbe. Eppure è noto che dove si fa ricerca, si migliora anche la qualità della cura.
La Medicina interna gestisce circa un milione di ricoveri l’anno, pari a quasi il 50% dei ricoveri non chirurgici in Italia. È la specialità che affronta quotidianamente la cosiddetta “medicina della complessità”, con pazienti pluripatologici, spesso anziani, e che richiedono monitoraggio continuo e una presa in carico globale. Ma, paradossalmente, è ancora considerata una disciplina “di seconda linea”, collocata nei modelli organizzativi regionali tra i reparti a bassa intensità.

A monte di questa situazione, si intravede il segno lasciato da scelte politiche precise. Il Decreto ministeriale 70/2015 ha ridotto i posti letto ospedalieri, fissando uno standard complessivo di 3,7 letti ogni mille abitanti, e imponendo un tasso medio di occupazione al 90%. Tuttavia, secondo gli ultimi dati ufficiali del Ministero della Salute (anno 2023), il tasso medio reale si attesta attorno all’80% su scala nazionale, ma con forti variazioni tra le diverse Regioni e reparti. Le Medicine interne, per la loro funzione di “cuscinetto”, spesso superano di gran lunga questo valore, diventando il punto di accumulo di tutte le inefficienze a monte.
Secondo i primari Fadoi, una migliore rete territoriale potrebbe evitare un ricovero su quattro. E il 72% ritiene che le Case di comunità – previste dal Decreto 77/2022 e finanziate con fondi del PNRR – potrebbero effettivamente contribuire a ridurre la pressione, ma solo se saranno realizzate in modo coerente, integrato e funzionale. Non bastano muri e inaugurazioni: servono professionisti, protocolli chiari, coordinamento con l’ospedale.
Anche sul fronte prevenzione, la situazione resta critica. Oggi l’Italia investe solo il 5% delle risorse sanitarie nella prevenzione, una quota giudicata insufficiente da tutti gli attori coinvolti. L’obiettivo sarebbe almeno l’8%, ma a oggi non esistono strumenti vincolanti né piani coerenti per raggiungerlo.
Il rischio, sempre più concreto, è che la Medicina interna diventi il campo di battaglia silenzioso delle disuguaglianze sanitarie italiane. Dove il Nord resiste con strutture più solide e personale meglio distribuito, e il Sud si aggrappa a un sistema in affanno, schiacciato tra carenze croniche e aspettative crescenti.
Se non si interviene in modo strutturale, la frattura tra Regioni continuerà ad allargarsi. E la Medicina interna, già oggi sotto stress, rischia di collassare. Ma quando crolla quel reparto, crolla la possibilità di una sanità pubblica davvero equa e universale.



