Auto: l’elettrico accelera, l’occupazione va in fumo

La transizione all’elettrico in Italia è ormai un crocevia: tra retorica ambientale, ritardi strutturali e una crisi industriale che minaccia l’occupazione di migliaia di lavoratori. Il settore automotive, pilastro storico della manifattura italiana, vive una stagione di incertezza che coinvolge sia i grandi gruppi che l’intero indotto.

Stellantis e i tagli a catena

Il caso Stellantis è solo la punta dell’iceberg. Il gruppo nato dalla fusione tra FCA e PSA ha avviato nel 2024 una riorganizzazione produttiva che ha colpito vari stabilimenti italiani, da Mirafiori a Pomigliano, con cassa integrazione a rotazione, piani di uscite incentivate e la progressiva esternalizzazione di alcune funzioni. Alla base di queste scelte c’è l’adattamento alle esigenze del mercato elettrico: meno componenti, meno manutenzione, meno manodopera.

Ma il colpo più duro si sta abbattendo sull’indotto. A Melfi, l’azienda FDM – operativa nella logistica a supporto dello stabilimento Stellantis – aveva annunciato 53 licenziamenti, poi rientrati in extremis grazie a un accordo con la Regione Basilicata. Tuttavia, la cassa integrazione è stata prorogata solo di un anno: un tempo che rischia di essere insufficiente senza un piano industriale nazionale.

Il caso GKN e la deindustrializzazione “dal basso”

A Campi Bisenzio, lo stabilimento GKN – produttore di componenti per la trasmissione – è diventato simbolo della crisi. I 422 licenziamenti annunciati nel 2021 via e-mail, durante il periodo estivo, hanno generato una mobilitazione senza precedenti. Dopo una lunga vertenza e l’annullamento dei licenziamenti per comportamento antisindacale, nel 2023 è partito un nuovo processo di chiusura. La fabbrica è ora in fase di riconversione dal basso da parte degli operai in un progetto di reindustrializzazione sociale. Ma il futuro resta incerto.

Il nodo del valore aggiunto e della componentistica

Uno studio congiunto delle organizzazioni ECCO e Transport & Environment ha quantificato tra i 66.000 e i 94.000 i posti di lavoro a rischio entro il 2030 in Italia a causa della mancata o lenta transizione. Il calo previsto del valore aggiunto diretto è del 70-80%, con una perdita massiccia soprattutto tra i fornitori di componenti e servizi collegati.

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Secondo l’ANFIA (Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica), sono già 45.000 i posti di lavoro in pericolo. Molte aziende di medie e piccole dimensioni, che ruotano intorno al sistema dei motori endotermici, faticano a riconvertirsi. Alcune stanno già chiudendo, altre attendono interventi pubblici che tardano ad arrivare.

Dati economici e povertà: un Paese in disequilibrio

La crisi del settore automobilistico si innesta in un contesto economico fragile. Secondo l’ISTAT, nel 2024 la disoccupazione giovanile si attesta sopra il 22%, mentre oltre 5,7 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta. Le regioni del Sud, dove si concentrano molti impianti produttivi dell’automotive (come Melfi e Termoli), sono le più colpite.

Nel frattempo, l’Italia continua a perdere competitività nella produzione industriale: nel primo trimestre del 2025 la produzione del settore manifatturiero ha registrato un calo del 3,2% rispetto all’anno precedente, con l’automotive tra i comparti più in crisi.

Un passaggio mal gestito

La transizione ecologica non è solo un cambio di tecnologia: è un cambio di paradigma produttivo. Ma senza un accompagnamento serio da parte dello Stato, senza investimenti mirati in ricerca, formazione e infrastrutture industriali, il rischio è che la transizione si trasformi in desertificazione industriale.

Il governo italiano ha annunciato piani di supporto all’industria green, ma i fondi si muovono a rilento. L’assenza di un piano coordinato tra imprese, istituzioni e territori accentua il senso di abbandono tra i lavoratori.

Un bivio strategico

Il passaggio all’elettrico è inevitabile, ma non può essere lasciato alla sola logica di mercato. Se l’Italia vuole restare un paese industriale e non solo un mercato di consumo, deve governare il cambiamento. Altrimenti, la “transizione verde” rischia di tingersi di nero per migliaia di famiglie.

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