Nel cuore del Sahel, il Ciad affronta una crisi profonda che non fa notizia, ma scava ogni giorno più a fondo nella carne viva del Paese. Infrastrutture pubbliche in rovina, milioni di persone in povertà estrema, bambini esclusi dalla scuola e gruppi armati islamisti che avanzano nei vuoti lasciati dallo Stato. Una tragedia silenziosa, ma sistemica.
A più di 60 anni dall’indipendenza, ospedali, scuole e centri amministrativi del Ciad versano in uno stato di degrado avanzato. Edifici storici come la scuola Dembé o il ponte Chagoua a N’Djamena risalgono a oltre quattro decenni fa e sono ancora in uso, nonostante crepe, impianti danneggiati e pericolo strutturale. Il crollo di un muro in una scuola pubblica di Pala ha causato numerose vittime, diventando simbolo della totale assenza di prevenzione.
In molte province, centri sanitari e uffici pubblici sono ospitati in edifici senza finestre, porte o pavimenti. Alcune scuole, durante le vacanze, vengono occupate da bande locali o vandalizzate. Il degrado fisico si traduce in insicurezza concreta e perdita di ogni funzionalità sociale dello spazio pubblico.
Secondo la Banca Mondiale, nel 2024 il 36,5% della popolazione ciadiana vive in povertà estrema, ovvero con meno di 2,15 dollari al giorno. Significa oltre 688.000 persone in più sotto la soglia minima di sopravvivenza in un solo anno.
Eventi climatici come inondazioni hanno colpito 1,5 milioni di persone nel 2024, distruggendo più di 259.000 ettari di coltivazioni e causando la perdita di 66.000 capi di bestiame. In un Paese agricolo, questi eventi equivalgono a crisi alimentare e fame diffusa.

La popolazione del Ciad è tra le più giovani del mondo, ma anche tra le più penalizzate. Il 20% dei bambini non raggiunge i cinque anni di età, mentre il 40% soffre di malnutrizione cronica. L’indice di capitale umano (che misura le opportunità di un bambino di crescere sano e istruito) è tra i più bassi del pianeta: 0,30 su 1.
In media, un bambino ciadiano frequenta solo 5 anni di scuola tra i 4 e i 18 anni. In molte zone, l’istruzione è un miraggio, e il lavoro minorile è la norma. La recluta di minori da parte di milizie armate è documentata da numerose ONG.
Il vuoto lasciato dallo Stato è stato colmato da gruppi armati integralisti. Boko Haram e lo Stato Islamico nel Grande Sahara (ISGS) operano nella regione del Lago Ciad, reclutando giovani in cambio di cibo o protezione. All’interno, gruppi ribelli come il FACT e il CCMSR sfidano il governo centrale, contribuendo a un clima permanente di guerra a bassa intensità.
Durante la recente campagna presidenziale, il governo aveva lanciato un ambizioso piano: 12 progetti e 100 azioni per rilanciare le infrastrutture e migliorare la vita dei cittadini. Ma la popolazione aspetta ancora. I fondi petroliferi e le risorse naturali continuano ad affluire, ma la distribuzione è bloccata da corruzione, inefficienza e assenza di visione.
Il Ciad è il volto invisibile della crisi del Sahel. Non fa rumore, ma crolla. E con lui rischiano di collassare milioni di vite e interi equilibri regionali. Investire nel Ciad non è solo un dovere umanitario: è una scelta strategica per chi vuole prevenire nuove ondate migratorie, instabilità regionale e radicalizzazioni future.



