Derubati del futuro. 748mila famiglie con minori in miseria

In Italia, la povertà non è solo una condizione economica degli adulti: è una condanna anticipata per centinaia di migliaia di bambini. Sono 748.000 le famiglie con minori che vivono in povertà assoluta, fa sapere Save the Children. Significa che in quelle case manca l’essenziale: non si parla di rinunce, ma di assenze. L’assenza di un pasto completo ogni giorno, di un libro di testo, di un tablet per seguire la scuola, di un futuro che assomigli a una possibilità.

Tra le più colpite ci sono le famiglie numerose e quelle monogenitoriali: rispettivamente il 18,8% e il 14,8% vive sotto la soglia della sopravvivenza. Ancora più drammatica è la situazione per chi non ha cittadinanza italiana: oltre il 41% delle famiglie con minori composte da soli stranieri è in povertà assoluta. È un dato che dovrebbe inchiodare alla responsabilità chi governa, e invece viene archiviato con fastidio o silenzio.

Ma la povertà economica, come denuncia Save the Children, non è che l’inizio: se non contrastata, diventa povertà educativa, culturale, relazionale. È un effetto domino che inizia con un salario da fame e finisce con una generazione che cresce senza strumenti per difendersi o sognare. E la povertà dei bambini è sempre la sconfitta degli adulti.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha detto chiaramente: salari troppo bassi, precarietà e disuguaglianze stanno spezzando il tessuto sociale, impedendo ai giovani di costruire il proprio futuro. Save the Children ha rilanciato il messaggio, chiedendo interventi immediati e strutturali, non pacche sulle spalle.

Eppure, anche dove l’istruzione dovrebbe essere un argine, si scopre un’altra ingiustizia: la scuola italiana, formalmente gratuita, costa. Costa in libri, materiale scolastico, trasporti, gite, mensa. Solo per astucci, diari e zaini, si spendono in media 500 euro l’anno. Aggiungi 300 o 400 euro per i libri delle superiori. Per chi è già in difficoltà, questi numeri significano rinunce, umiliazioni, esclusione. E nessun bambino dovrebbe sentirsi fuori posto solo perché è povero.

Foto di Francesco Alesi per Save the Children

La situazione peggiora quando si entra nel digitale. La pandemia ha reso evidente quanto sia fragile l’accesso alla didattica: nel 2021, più del 12% degli studenti tra 6 e 17 anni non aveva in casa né un computer né un tablet. Nel Mezzogiorno la percentuale saliva al 20%. E anche quando il dispositivo arriva, restano i problemi di connessione, le competenze digitali scarse nei nuclei più fragili, l’incapacità di affrontare spese accessorie.

È chiaro che servirebbe una riforma vera. Non sussidi una tantum, ma un piano nazionale per il diritto allo studio. Misure che vadano dal sostegno diretto alle famiglie in difficoltà, all’accesso gratuito alla mensa per chi ne ha bisogno, come previsto dal nuovo Fondo per la povertà alimentare scolastica. Serve un’istruzione che non si fermi alla porta di chi non può permettersi uno zaino nuovo o una merenda.

E poi ci vogliono interventi rapidi e semplici: voucher per i trasporti e i libri, una rete digitale pubblica per garantire connessione e formazione, un sistema che non renda ogni diritto una trafila burocratica.

Il problema è politico. Lo è sempre stato. Se la povertà minorile cresce, è perché la si è lasciata crescere. Se oggi la scuola è anche un luogo di discriminazione economica, è perché qualcuno ha deciso che bastava mettere una cattedra per dire che c’era l’uguaglianza.

Ma senza un’idea chiara di giustizia sociale, la scuola diventa un teatro dell’ingiustizia. E l’Italia, ogni anno che passa, si condanna da sola a lasciare indietro proprio quelli che avrebbe dovuto proteggere per primi.

Palermo, quartiere Zen. foto di Francesco Alesi per Save the Children