Tra pochi mesi la Costa d’Avorio sarà chiamata a eleggere un nuovo presidente, o forse, più realisticamente, a certificare il potere di chi già governa.
Il 25 ottobre 2025 il Paese andrà alle urne in un clima che, sotto la superficie della crescita economica, racconta ben altro: un’opposizione neutralizzata, un sistema che esclude i candidati scomodi, una popolazione ancora schiacciata dalla povertà.
Il dato economico ufficiale è di quelli che fanno impressione: secondo la Banca Mondiale, la povertà estrema è crollata dal 16% al 2,3% in dieci anni.
Ma dietro il trionfo delle percentuali resta una realtà più sfumata e dolorosa: circa il 40% degli ivoriani vive ancora sotto la soglia di povertà, schiacciato dal carovita e da un sistema che distribuisce i frutti della crescita in modo spietatamente ineguale.
La povertà cambia volto, ma non sparisce.
In questo contesto si muove la politica, o meglio, ciò che ne resta.
Laurent Gbagbo, l’ex presidente condannato a 20 anni di carcere per la crisi post-elettorale del 2010-2011, ha lanciato la campagna “Basta così”, una chiamata agli oppressi del Paese.
Non può candidarsi, la legge glielo vieta, ma può ancora provare a raccogliere il malcontento di chi non vede la crescita annunciata nei grafici, ma solo nelle vetrine dei quartieri ricchi di Abidjan.
E chi invece potrebbe rappresentare una sfida nuova, come Tidjane Thiam, ex manager internazionale e volto credibile di un’alternativa moderata, viene tagliato fuori con motivazioni burocratiche: la perdita della cittadinanza ivoriana al momento della registrazione nel 2022, a causa della doppia nazionalità acquisita. Una decisione definitiva, senza possibilità di appello.

La democrazia in Costa d’Avorio non viene repressa con i carri armati, ma con i codici civili e le sentenze. Si escludono gli oppositori non perché minaccino l’ordine pubblico, ma perché mettono in discussione un equilibrio di potere che si vuole immutabile. Le regole, nate per garantire una competizione leale, vengono piegate a proteggere chi è già al comando.
Alassane Ouattara, il presidente uscente, non ha ancora dichiarato se si ricandiderà. Ma in un Paese dove i principali avversari vengono eliminati uno dopo l’altro, la domanda ha sempre meno importanza.
La strada verso la continuità del potere è stata spianata molto prima dell’apertura delle urne.
Mentre le autorità celebrano i successi economici e i media ufficiali diffondono ottimismo, cresce tra la popolazione una rabbia silenziosa, difficile da misurare ma facile da percepire.
Non una rivolta aperta, almeno per ora, ma un lento distacco, una sfiducia profonda in un sistema che promette progresso e distribuisce disparità.
Le elezioni del 2025 rischiano così di essere l’ennesimo rito formale in cui la volontà popolare si riduce a una semplice approvazione.
In Costa d’Avorio, oggi, la povertà non si misura più solo nei dollari mancanti, ma nel numero di voci ridotte al silenzio.
E in un mondo che applaude ai tassi di crescita senza guardare a chi resta indietro, forse è proprio questo il dato più allarmante: il ritorno di una povertà che non è soltanto materiale, ma democratica.



