Perché il massacro di Pahalgam svela la “normalità” di cartone imposta alla regione più militarizzata del mondo
Una radura insanguinata
Martedì 22 aprile, nella prateria di Baisaran – un balcone verde sospeso a 2 400 metri sopra Pahalgam – tre uomini in mimetica hanno aperto il fuoco contro comitive di famiglie in vacanza. Ventisei morti e diciassette feriti: la strage di civili più grave che il Kashmir ricordi da venticinque anni. A rivendicarla è stata la sigla “Kashmir Resistance”, emanazione della galassia jihadista Lashkar-e-Taiba, decisa a «fermare la colonizzazione» della valle.
Dal 2019 al tema della “colonizzazione”
Il 5 agosto 2019 il governo Modi ha revocato l’Articolo 370 della Costituzione, cancellando lo status speciale che vietava ai non-kashmiri di comprare terre o stabilirsi qui. Da allora circa 85 000 “domicile certificates” sono stati rilasciati a cittadini di altri Stati indiani. Per Nuova Delhi è integrazione; per molti abitanti un cambiamento demografico imposto con la forza. Colpire i turisti, icona perfetta della “normalità” che Delhi vuole mostrare al mondo, serve a sabotare quel racconto.
Turismo record, redditi in fumo
Nel 2024 la valle aveva accolto più di tre milioni di visitatori, record assoluto e 7 % del PIL locale. È bastata una sparatoria per cancellare settimane di prenotazioni: gli albergatori di Srinagar parlano di un’ondata di disdette superiore al 60 % in quarantotto ore. Con i check-point tornano coprifuoco “a intermittenza” e restrizioni sull’uso di Internet: ogni blocco azzera incassi e salari di giornata.

Povertà e disoccupazione: la miccia che arde
Il Kashmir resta fra i territori più fragili dell’India: secondo l’Indice nazionale di povertà multidimensionale 2023, il 12,6 % dei residenti vive in grave privazione; la disoccupazione ha toccato il 23,1 %, con oltre 350 000 giovani iscritti ai centri per l’impiego. Oltre il 70 % dei lavoratori dipende da agricoltura di sussistenza o micro-commercio: basta un blackout o un coprifuoco per far saltare l’intera settimana di reddito. In un contesto simile, i gruppi armati offrono sei-otto euro al giorno – più del salario agricolo medio – e una narrativa identitaria che trasforma la frustrazione economica in militanza.
La risposta di Nuova Delhi
Il governo risponde come ha sempre fatto: rinforzo delle truppe (mezzo milione di effettivi è già dispiegato nella valle), pattuglie nei boschi, droni d’osservazione, retate nei villaggi. Se dovessero emergere prove di complicità pakistana, l’esecutivo potrebbe ordinare raid “chirurgici” oltre la Linea di Controllo, come già accaduto nel 2019. Ogni giro di vite però ricade sui civili: restrizioni di movimento, tagli alla rete, controllo capillare che riduce al silenzio ONG e stampa indipendente.
Una valle dove la vita non conta nulla
Il massacro di Pahalgam non è un episodio isolato: è la cartina di tornasole di un equilibrio di facciata, costruito sul turismo record, sulla militarizzazione permanente e sull’illusione che la crescita basti a soffocare la protesta politica. Finché la questione demografica resterà tabù, la disoccupazione a due cifre e la povertà sistemica continueranno a spingere i giovani verso l’emigrazione irregolare o la clandestinità armata. Nel Kashmir di oggi la vera normalità è una valle dove la vita di un civile vale meno di un titolo di cronaca: basta un attimo perché la “Svizzera d’Oriente” torni a essere – per i più poveri – un campo di battaglia.



