Il cioccolato, nei supermercati occidentali, è sempre più caro. Il cacao, nei mercati internazionali, ha superato per la prima volta nella storia i 10.000 dollari a tonnellata. Ma nei villaggi della Costa d’Avorio, come N’gattakro, i magazzini sono pieni e i soldi non arrivano. Anzi, stanno finendo.
È la fotografia paradossale della crisi globale del cacao: un prodotto sempre più redditizio per i mercati e sempre meno sostenibile per chi lo coltiva. Non per colpa loro, ma per via di un intreccio esplosivo di cambiamento climatico, malattie agricole, speculazione finanziaria e, da poche settimane, anche dazi doganali. Un cocktail che rischia di travolgere milioni di famiglie africane.
Il cacao non salva più nessuno
Oggi in Costa d’Avorio — che da sola copre oltre il 40% della produzione globale di cacao — almeno 6 milioni di persone vivono grazie a questa pianta. In villaggi rurali come N’gattakro, l’“oro bruno” è l’unica risorsa disponibile per mangiare, curarsi, mandare a scuola i figli. Ma la stagione attuale, già devastata dalle piogge irregolari e dalle infezioni delle piante, si è trasformata in una catastrofe con la notizia che nessuno si aspettava: l’introduzione di un dazio del 21% sulle esportazioni di cacao verso gli Stati Uniti.
A firmarlo è stato il presidente americano Donald Trump, all’inizio di aprile, nell’ambito della nuova guerra commerciale contro i paesi non considerati “alleati affidabili”. Una decisione che colpisce direttamente i piccoli produttori ivoriani, già in crisi nera.
Il prezzo non è buono e i magazzini sono pieni. A questo bisogna aggiungere una tassa doganale che sta rovinando i coltivatori, come denuncia il loro sindacato. Il cacao è ufficialmente diventato troppo caro per chi lo importa — e troppo inutile per chi lo produce.
Prezzi record, guadagni invisibili
Il prezzo mondiale del cacao è salito alle stelle. Ma per chi vive nei campi di Bouaké o San Pedro, non cambia nulla. Gli agricoltori, infatti, non vengono pagati al prezzo di mercato, ma secondo tariffe fissate in anticipo dai governi e dagli acquirenti internazionali. Nonostante i rincari, i contadini ricevono in media tra 1,5 e 2 dollari al giorno.

Le grandi aziende del cioccolato — che si erano impegnate a garantire un reddito minimo vitale ai produttori — sono accusate di non aver mantenuto le promesse. I “premi etici”, pensati per ridurre la povertà nei paesi produttori, non arrivano. E la logica di filiera continua a far pagare la crisi ai più deboli.
Nel frattempo, l’aumento delle temperature legato al fenomeno El Niño, unito alla diffusione di malattie fungine come la “black pod disease” e il virus “swollen shoot”, ha ridotto del 35% i raccolti in alcune regioni. Il deficit globale stimato di cacao per il 2024 è già a quota 374.000 tonnellate. Ma paradossalmente, anche quando manca, il cacao resta lì, invenduto.
I dazi di Trump e la lunga ombra del protezionismo
L’aggravante del 2025 è geopolitica. Con l’imposizione dei dazi sul cacao, sulla gomma e su altri prodotti agricoli africani, gli Stati Uniti hanno colpito il 4% dell’export totale della Costa d’Avorio. Poca roba, si direbbe da Washington. Ma devastante per i produttori locali.
Il governo di Abidjan, colto alla sprovvista, ha chiesto una sospensione di 90 giorni. Ma anche ammesso che la proroga diventi permanente, la nuova tariffa universale del 10% rimarrà. “Cercheremo nuovi mercati per compensare le perdite”, ha detto il portavoce Amadou Coulibaly. Ma la domanda globale di cioccolato è stagnante e il consumo non cresce. Il piano B non esiste.
Il cioccolato che non consola più
Il cacao, simbolo dolce dell’infanzia europea, è diventato l’indicatore amaro di una crisi sistemica. Un’intera filiera globale è al collasso per l’incapacità strutturale di garantire sostenibilità, equità e resilienza. Non è solo una questione climatica o economica: è una questione morale.
L’Occidente compra cacao per produrre “gusto” e si racconta favole sul commercio equo, mentre le comunità contadine si svuotano, i giovani emigrano, i suoli si impoveriscono. L’alternativa alla povertà, per molti, è il reclutamento nelle milizie armate, o il viaggio verso nord. Altro che “oro bruno”. Più che una ricchezza, il cacao sta diventando una trappola.



