La povertà è diventata una performance. Non più un problema sociale da affrontare, ma una sfida da filmare: per 24 ore, 7 giorni, un mese. Purché poi si torni nella villa con piscina.
C’è chi lo fa in TV, chi su TikTok, chi su YouTube. Il meccanismo è sempre lo stesso: prendere qualcuno che povero non è — spesso nemmeno lontanamente — e sfidarlo a “vivere con 5 euro”, a “mangiare con 1,50 al giorno”, a “resistere una settimana senza Amazon”.
La Rai ci ha provato con “Bozza, una storia di strada”, docu-reality in onda su RaiPlay con il rapper romano Bozza che racconta l’emarginazione vissuta in passato, con un montaggio da videoclip e molti cliché da manuale.
Su Rai3, “Nuovi Eroi” e “I ragazzi dello Zecchino” incrociano narrativa sociale e intrattenimento, spesso sfiorando il pietismo.
Ma il vero regno di questi esperimenti è il digitale.
Su YouTube si sprecano i format “poveri per un giorno”: “Sopravvivo con 1 euro al giorno”, “Una settimana mangiando solo cibo scaduto”, “Dormo solo in stazioni e McDonald’s per 48h”.
I protagonisti sono “Creator” ben noti con milioni di follower, conti solidi e videocamere da mille euro.

L’ultimo trend virale è “Living on food stamps for a week”, ispirato al sistema statunitense dei buoni pasto per indigenti, replicato da youtuber italiani come “sfida educativa”.
Poi c’è TikTok, dove furoreggiano hashtag tipo #poverochic, #brokelife e #poveromaitroppo. Giovani che mostrano come “sopravvivere” con la pasta in bianco, salvo poi inquadrare sullo sfondo una collezione di sneaker da 400 euro l’una.
Intanto, in un mondo parallelo, l’ISTAT ci dice che nel 2023 in Italia 5,7 milioni di persone vivono in povertà assoluta. Ma loro non hanno un ring light.
Cosa ci dice tutto questo? Che la miseria, quando non la vivi, può essere una sceneggiatura. La fame può diventare una challenge. La disperazione può essere convertita in “contenuto”, purché tu possa tornare a casa in taxi e farti una doccia calda alla fine della ripresa.
Non c’è nulla di male nel raccontare la povertà — se la si conosce, o se si ha l’umiltà di farla raccontare a chi la vive. Ma trasformarla in reality, in esperimento sociale da sabato sera, in clip con musica emotiva e abbonamento YouTube Premium, è solo un modo per renderla inoffensiva. Per esorcizzarla, certo. Ma anche per banalizzarla.
La povertà vera, quella vera davvero, non fa views.
Fa male. Ma quello, per fortuna dei creator, si può sempre tagliare in post-produzione.



