Ogni giorno, decine di donne keniote affollano l’aeroporto internazionale di Nairobi, pronte a imbarcarsi per l’Arabia Saudita. Indossano magliette coordinate, si scattano selfie e si scambiano parole di incoraggiamento. Il sogno che le ha spinte fino a lì è lo stesso: lavorare come domestiche per due anni e tornare a casa con abbastanza denaro per garantire un futuro migliore ai propri figli.
Ma per molte di loro, il ritorno avviene in circostanze ben diverse da quelle immaginate. C’è chi rientra senza soldi, dopo mesi di lavoro non pagato, chi con il corpo e la mente segnati da abusi e privazioni. E poi ci sono quelle che tornano in una bara.
Secondo un’inchiesta del New York Times, almeno 274 lavoratrici keniote sono morte in Arabia Saudita negli ultimi cinque anni, un dato che fa emergere la brutalità di un sistema che tratta le lavoratrici come merci sacrificabili. I referti delle autopsie raccontano storie inquietanti: ustioni, segni di percosse, traumi elettrici.
Eppure, la causa della morte riportata dalle autorità saudite è quasi sempre la stessa: “cause naturali”. Anche in Uganda il fenomeno è diffuso, ma il governo non fornisce dati ufficiali.
Un business redditizio per politici e reali sauditi
Il reclutamento delle lavoratrici domestiche è un affare multimilionario che coinvolge funzionari di governo, politici e persino membri della famiglia reale saudita. In Kenya e Uganda, molti esponenti politici possiedono direttamente agenzie di collocamento che reclutano donne per il mercato saudita.
Tra questi c’è Fabian Kyule Muli, vicepresidente del comitato del lavoro nell’Assemblea nazionale del Kenya, il cui ruolo istituzionale gli permetterebbe di proteggere i diritti delle lavoratrici. Tuttavia, la sua agenzia, come molte altre, continua a inviare donne in Arabia Saudita senza garanzie sulla loro sicurezza.
Nel frattempo, l’Arabia Saudita continua ad attrarre forza lavoro da Paesi economicamente instabili, dove il bisogno di reddito spinge molte persone ad accettare condizioni di lavoro estreme.

Nonostante le segnalazioni di abusi, il presidente keniota William Ruto ha annunciato l’intenzione di inviare fino a mezzo milione di lavoratori in Arabia Saudita nei prossimi anni. Una politica sostenuta da consiglieri con interessi diretti nel settore del reclutamento.
Un ciclo di violenza senza giustizia
Le storie delle lavoratrici riportano un quadro di sofferenza sistematica. Alcune vengono picchiate o abusate sessualmente dai loro datori di lavoro. Altre, impossibilitate a fuggire, tentano gesti disperati.
Eunice Achieng, una domestica keniota, ha chiamato la madre nel 2022 terrorizzata, raccontando che il suo datore di lavoro aveva minacciato di ucciderla e gettare il suo corpo in una cisterna d’acqua. Pochi giorni dopo è stata trovata morta in una cisterna d’acqua sul tetto dell’abitazione. Le autorità saudite hanno archiviato il caso come “morte naturale”.
Alcune lavoratrici riescono a sopravvivere, ma a caro prezzo. Mary Nsiimenta, dopo essere stata privata del suo stipendio e maltrattata, è stata rinchiusa su un tetto dal suo datore di lavoro per punizione. Per sfuggire a una morte certa, ha saltato dal terzo piano, riportando lesioni permanenti alla colonna vertebrale. Anche dopo aver denunciato il caso, le autorità saudite l’hanno rimandata a casa senza risarcimenti o giustizia.
Un mercato che tratta le donne come oggetti
Le lavoratrici domestiche vengono vendute attraverso piattaforme online con sistemi simili agli e-commerce. Alcuni siti presentano un pulsante “aggiungi al carrello” accanto alla foto delle donne, descrivendo nazionalità e mansioni disponibili. Un sito pubblicizzava apertamente “cameriere keniote in vendita”. Questo sistema, profondamente radicato nelle strutture economiche e politiche dell’Arabia Saudita, rende quasi impossibile una riforma vera ed efficace.
Il governo saudita afferma di aver introdotto misure per proteggere i lavoratori, come l’obbligo di pagamenti elettronici per garantire i salari e il diritto a un giorno libero a settimana. Tuttavia, testimonianze e dati dimostrano che gli abusi continuano senza reali conseguenze per i responsabili.
Il fallimento delle tutele internazionali
Mentre altri paesi, come le Filippine, hanno negoziato accordi con l’Arabia Saudita per garantire salari minimi e protezioni ai lavoratori, Kenya e Uganda non sono riusciti a ottenere misure simili. I loro leader, pur a conoscenza degli abusi, hanno siglato accordi vantaggiosi per il flusso di denaro derivante dalle rimesse, sacrificando la sicurezza delle lavoratrici.
Il risultato è un sistema di sfruttamento legalizzato che continua a mietere vittime. Mentre le bare tornano nei villaggi dell’Africa orientale, i governi locali e i datori di lavoro sauditi restano impuniti, alimentando un ciclo di abuso che sembra non avere fine.



