Minniti parla, il Pd tace. Ecco il solito copione di un partito che, di fronte ai temi scottanti, preferisce scomparire nell’ombra piuttosto che dire qualcosa di chiaro. Il caso Almasri ha riportato alla ribalta il nodo della Libia e degli accordi sui migranti, ma se ci aspettavamo dal Pd una posizione netta, è meglio mettersi comodi: non arriverà.
Perché in fondo il problema è proprio questo: quando si parla di immigrazione, la differenza tra il governo Meloni e il Pd non sta nella sostanza, ma solo nella retorica. Il governo attuale rivendica senza vergogna la necessità di fermare i migranti a ogni costo, mentre il Pd, con la sua elegante vaghezza, si limita a qualche frase di circostanza sulla necessità di “un’Europa solidale” o “un nuovo approccio strutturale”. Parole vuote, mentre la realtà dei centri di detenzione libici resta sempre la stessa.
Nel 2017, l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti siglò l’accordo con la Libia per il contenimento dei flussi migratori, un’intesa che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite definì “disumana”. La comunità internazionale aveva già accertato che nei centri libici si commettevano atti di tortura e atrocità, eppure l’Italia – con un governo a guida Pd – non si fece scrupoli nel firmare un’intesa che sostanzialmente delegava la repressione ai trafficanti travestiti da guardie di frontiera.
Oggi Minniti, che si è elegantemente defilato dalla scena politica attiva del Pd per riciclarsi altrove, ci viene a dire che la Libia resta “una questione di interesse nazionale”. Interessante, certo, ma la domanda vera è: cosa direbbe oggi il Pd? La segretaria Elly Schlein, sempre attenta a evitare scontri frontali, evita accuratamente di dire chiaramente cosa farebbe al governo in alternativa alla linea dura di Meloni. Il problema è che mentre il Pd tace, il governo Meloni procede spedito nella sua politica dei respingimenti.

E non è certo la prima volta che il Pd preferisce l’ambiguità alla chiarezza. Quando è all’opposizione, si indigna, ma quando è al governo, fa esattamente quello che contesta alla destra. Gli accordi con la Libia, i finanziamenti ai centri di detenzione, le missioni di addestramento per le milizie travestite da guardia costiera: tutto questo non è nato con Salvini o con Meloni, ma con i governi del centrosinistra. Perché il Pd non si assume le sue responsabilità? Perché sa benissimo che al di là di qualche indignazione di facciata, il suo elettorato si accontenta delle parole, senza pretendere azioni concrete.
Schlein, per ora, continua a non esporsi. Evita di dire se il Pd è ancora a favore degli accordi con la Libia, evita di dire se vuole superare i lager per migranti in Africa, evita di dire se ritiene giusto che l’Italia rimandi indietro persone in mano a governi violenti e corrotti. Preferisce lasciare il tema sospeso, aspettando forse che la destra si autodistrugga. Ma la realtà è che questa strategia di silenzio non è solo codardia politica, è complicità.
E quindi, l’unica vera domanda è questa: in cosa un governo del Pd sarebbe diverso da quello di Meloni? Forse nella forma, forse nel linguaggio, ma nei fatti? Gli accordi con la Libia resterebbero? I migranti continuerebbero a essere respinti? I centri di detenzione rimarrebbero aperti? Finché nessuno nel Pd avrà il coraggio di rispondere a queste domande, non sarà possibile vedere alcuna differenza sostanziale tra i due schieramenti.
Se il Pd vuole davvero proporsi come alternativa, deve dire apertamente cosa farebbe di diverso. Ha intenzione di annullare gli accordi con la Libia e smantellare il sistema di detenzione dei migranti finanziato dall’Italia? O, più probabilmente, continuerà semplicemente a criticare Meloni senza cambiare nulla nella pratica? Finché Schlein continuerà a eludere il problema, il sospetto che più che di diversità si tratti di ipocrisia è molto forte.



