Record di gas serra: la Terra vicina al punto di non ritorno

Nel 2023, il mondo ha assistito a una nuova impennata dei livelli di gas serra, compromettendo ulteriormente il clima globale.

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) ha evidenziato che l’anidride carbonica (CO₂), uno dei principali responsabili del riscaldamento globale, ha raggiunto concentrazioni di 420 ppm (parti per milione), superando del 10% i livelli registrati due decenni fa.

Il metano e il protossido di azoto non sono stati da meno, con valori rispettivamente di 1.934 e 336,9 ppb (parti per miliardo), numeri che rappresentano aumenti significativi rispetto all’era preindustriale.

Questi dati, pubblicati ieri nel Bolletino annuale sui gas serra dell’OMM, suggeriscono una crescente criticità: le emissioni di CO₂ da attività umane, incendi boschivi sempre più frequenti e l’indebolimento delle foreste come pozzi di assorbimento stanno lasciando un’impronta indelebile sull’atmosfera.

Il 2023 ha registrato un aumento di 2,3 ppm, mantenendo così un trend negativo per il dodicesimo anno consecutivo.

L’accumulo di gas serra non è solo un allarme ambientale: influisce direttamente sulla vita e sulle economie globali. I combustibili fossili e l’industria del cemento restano le principali fonti di CO₂, responsabile del 64% del riscaldamento, secondo il rapporto.

Anche il metano, emesso da pratiche agricole e industrie, ha un impatto significativo, e nel 2023 ha continuato a crescere, alimentato dalle difficoltà delle zone umide, dove l’alterazione dei cicli naturali porta a una maggiore liberazione del gas.

Ogni aumento di concentrazione gassosa incide sulla capacità degli ecosistemi di autoregolarsi. El Niño e La Niña, fenomeni che influiscono sul clima globale, accentuano la variabilità del ciclo del carbonio, facendo sì che l’oceano e le foreste assorbano meno CO₂ in determinati periodi.

L’OMM avverte che l’aumento delle temperature potrebbe trasformare questi stessi ecosistemi in fonti di gas serra anziché in pozzi di assorbimento, portando a un circolo vizioso di cui già si vedono le conseguenze: incendi boschivi più intensi e prolungati, oceani meno capaci di assorbire CO₂ e una vegetazione sempre più fragile.

Anche se le emissioni venissero ridotte rapidamente, la lunga persistenza della CO₂ implica che i livelli di riscaldamento attuali dureranno per decenni.

Le concentrazioni di gas serra registrate oggi riportano la Terra a condizioni climatiche simili a quelle di 3-5 milioni di anni fa, quando le temperature erano mediamente superiori di 2-3°C rispetto a oggi, e i mari più alti di 10-20 metri.

Il Greenhouse Gas Bulletin dell’OMM completa l’Emissions Gap Report dell’UNEP, che evidenzia il divario tra le attuali emissioni e i livelli necessari per mantenere il riscaldamento entro gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.

Se continuiamo a superare questi limiti, sarà sempre più difficile evitare impatti catastrofici.

Tra il 1990 e il 2023, l’effetto di riscaldamento, o forzante radiativo, causato dai gas serra è cresciuto del 51,5%, con la CO₂ responsabile dell’81% di questo incremento.

Tuttavia, secondo i dati recenti della National Oceanic and Atmospheric Administration, agire su pratiche agricole e industriali, e su nuove politiche energetiche, potrebbe aiutare a rallentare questo trend.

In attesa della COP29 a Baku, gli esperti sottolineano la necessità di impegni internazionali più stringenti e di misure concrete.

Il prossimo decennio sarà cruciale per determinare se riusciremo a mitigare i cambiamenti climatici o se ci troveremo di fronte a un futuro di riscaldamento crescente, che comprometterà gravemente non solo gli ecosistemi, ma anche la sicurezza alimentare, la salute e l’economia globale.

In sintesi, i dati dell’OMM sottolineano quanto il tempo a disposizione per invertire il trend si stia riducendo: ogni frazione di grado contata è un passo ulteriore verso un futuro difficile da sostenere.