Il tema dell’immigrazione continua a rappresentare una delle questioni più divisive e delicate in Europa. Recentemente, il primo ministro britannico Keir Starmer ha elogiato pubblicamente le politiche migratorie del governo di destra guidato da Giorgia Meloni in Italia, in particolare per i risultati ottenuti nel contenere i flussi migratori verso le coste italiane.
Un punto di particolare interesse per Starmer è stato l’accordo tra Italia e Albania, che prevede la gestione di centri di detenzione per migranti fuori dai confini dell’Unione Europea, un modello che sembra offrire una soluzione pragmatica a un problema sempre più pressante.
Questo accordo, che prevede la creazione di centri di accoglienza e gestione dei migranti nelle strutture di Shëngjin e Gjader in Albania, è stato affidato alla cooperativa sociale romana Medihospes tramite la sua nuova filiale, Medihospes Albania Srl.
Come riportato da Kristina Millona su Altreconomia, Medihospes Albania sarà responsabile della gestione di questi centri, un progetto che prevede un investimento di 133 milioni di euro per due anni, assegnato dalla prefettura di Roma. L’inizio delle operazioni è previsto per la fine di settembre 2024.
L’interesse di Starmer per questo modello è evidente. Il primo ministro laburista britannico, che ha dichiarato di voler affrontare la questione migratoria con pragmatismo e non con “espedienti” come quelli proposti dal precedente governo conservatore, ha visto nell’accordo Italia-Albania una possibile via d’uscita per la gestione dei flussi migratori verso il Regno Unito.
Tuttavia, questo approccio solleva non poche contraddizioni. Da una parte, Starmer ha criticato duramente il piano del suo predecessore Rishi Sunak, che prevedeva la deportazione di richiedenti asilo in Ruanda, definendolo inefficace e illegale.
Dall’altra, sembra prendere in considerazione una soluzione simile, basata sull’esternalizzazione del problema migratorio, spostando i migranti fuori dai confini nazionali per gestire le loro richieste d’asilo.

L’accordo tra Italia e Albania, supervisionato dalla Medihospes Albania, prevede che alcuni migranti maschi adulti salvati in mare vengano trasferiti in Albania, dove le loro richieste di asilo saranno esaminate.
Questo modello, che ricorda da vicino le soluzioni di esternalizzazione messe in atto dal governo britannico con il Ruanda, ha già suscitato critiche da parte di organizzazioni per i diritti umani, che temono violazioni dei diritti dei migranti e condizioni di detenzione inadeguate.
Medihospes Albania, fondata da Camillo Giuseppe Aceto, già amministratore della cooperativa sociale Medihospes in Italia, sarà il braccio operativo di questo progetto. La società, registrata a Tirana nel luglio 2024, avrà il compito di gestire una vasta gamma di servizi legati all’accoglienza e all’assistenza dei migranti, replicando in Albania il modello già sperimentato in Italia per la gestione di strutture simili.
Tuttavia, ricorda Alteconomia, rimangono ombre sulla trasparenza di alcune figure coinvolte: il notaio albanese Dritan Gjana, che ha autorizzato la costituzione della Medihospes Albania, era stato coinvolto in un’indagine per pratiche notarili irregolari, come rivelato da un’inchiesta del quotidiano investigativo Fiks Fare nel 2019.
Il modello albanese, pur presentato come una soluzione innovativa e pragmatica da parte del governo italiano e accolto con interesse da Starmer, ripropone di fatto una strategia che sposta il problema migratorio fuori dai confini dei paesi .
L’Italia, che ha già firmato accordi con diversi Paesi africani per bloccare le partenze, sembra intenzionata a continuare su questa strada, con l’obiettivo di ridurre il numero di arrivi via mare. Il centro di detenzione in Albania, gestito da Medihospes, è un ulteriore tassello di questo piano.
Queste politiche di esternalizzazione non si capisce in quale modo possano realmente offrire una soluzione sostenibile e rispettosa dei diritti umani. Sono più classificabili come un modo per spostare la responsabilità lontano dalle coste europee.
Starmer, che si era opposto con fermezza al piano Ruanda, dovrà ora confrontarsi con le contraddizioni di una strategia che, pur presentata sotto una luce diversa replica lo stesso schema.



