L’importante è negare l’evidenza. Il Paese sta sprofondando nella disperazione e si crede di poterlo salvare con due medicamenti portentosi: gli annunci di successi mai raggiunti e mai raggiungibili e il lancio di qualche spicciolo ai nipoti di chi si accapigliava per conquistare una tavoletta di cioccolato lanciata da un carrarmato yankee.
La proclamazione del “tutto va bene” è un classico dei regimi totalitari, dove manca un confronto, dove i giornalisti non possono fare domande (e per evitare indesiderati conati li si tiene alla larga), dove la narrazione è affidata ai cantori della beltà governativa che leggono il copione senza domandarsi chi abbia scritto tante fandonie, dove i comunicati stampa redatti da aulici ed eloquenti tessitori di trame fantasy celebrano l’informazione a senso unico…
Scombinando espressioni tradizionali, non di solo “circenses” vive l’uomo che ha gran bisogno di “panem”. Allo spettacolo – quotidianamente sempre più scadente – dell’esibizione di nani e ballerine che enfatizzano traguardi mai visti prima (né durante, né dopo), occorre affiancare qualche elargizione.
Se in tempi di rivolta per la fame qualcuno ha attribuito a Maria Antonietta d’Asburgo Lorena la frase S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche (se non hanno più pane, che mangino brioche), in epoca di proporzionale avvilimento e sconforto dai Palazzi si elargiscono piccole somme sufficienti forse per l’acquisto di croissant ma certo incapaci di risolvere i bilanci familiari.

Elemosina. Ma elemosina o amo cui far abboccare chi un domani dovrà esprimere la sua gratitudine nelle urne?
Abbiamo conosciuto il reddito di cittadinanza, i vari bonus parascolastici (o solo paraculi), le “social card” (il cui appellativo anglofono scongiura la sgradevole “tessera di povertà”).
Mai nessuno che – invece di banali e inconcludenti scorciatoie – abbia varato iniziative per scuotere la popolazione con nuove opportunità di rilancio, con la creazione di posti di lavoro, con occasioni di rivincita personale e collettiva.
Tutti, ripeto tutti e non faccio esclusioni di colori politici, si sono guardati bene dal dare qualcosa che si traducesse in quel voltare pagina che anche l’ultimo cittadino si sarebbe augurato.
Quella fetta di popolazione che dondola sull’altalena della più tragica precarietà e che percepisce l’avvicinarsi di una fine diversa da quella sperata acquisisce la coscienza di non esser degna della benché minima considerazione.
Tende la mano e, anziché trovarne una che aiuta a risollevarsi, si ritrova un imbarazzante monetina che sa più di insulto che di aiuto solidale.
Chi è affetto da “incontinenza della speranza” vede il proprio pannolone traboccare: le promesse si susseguono in una raffica impressionante, ma nessuna di queste centra il bersaglio. Non importa se l’obiettivo è stato o sarà perseguito oppure no.
Quel che conta è averlo narrato con toni epici, e poi chissenefrega se è stata una sparata frutto della mancanza di riguardo nei confronti di chi crede nel cambiamento, di chi ancora spera a dispetto delle lezioni che la vita gli ha impartito.
Umberto Rapetto Generale GdF – Fondatore e per dodici anni comandante del Gruppo Anticrimine Tecnologico



