Il debito pubblico italiano continua a crescere, avvicinandosi sempre più alla soglia critica di 3mila miliardi di euro, un traguardo che l’economista Carlo Cottarelli definisce una «barriera psicologica significativa».
Secondo gli ultimi dati pubblicati da Bankitalia, a giugno il debito è aumentato di 30,3 miliardi rispetto al mese precedente, raggiungendo i 2.948,5 miliardi. Sebbene questa cifra sia preoccupante, l’impatto sulla manovra 2025 sembra limitato, mantenendo gli obiettivi concordati con l’Unione Europea ancora raggiungibili.
Tuttavia, le preoccupazioni maggiori riguardano le conseguenze a lungo termine. Un dato positivo arriva però dalle entrate dello Stato: a giugno sono state raccolte risorse per 42 miliardi di euro, con un incremento del 9,9% rispetto all’anno precedente. Nel complesso del primo semestre, le entrate statali sono aumentate del 7,5%, portando il totale a 248,8 miliardi.
Bankitalia, nel bollettino “Fabbisogno e Debito”, chiarisce che l’aumento del debito è dovuto a diversi fattori: il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche (15,3 miliardi), l’aumento delle riserve liquide del Tesoro (13,5 miliardi, portando il totale a 45,4 miliardi), e gli effetti legati a premi, scarti all’emissione e rimborso, rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e variazioni nei tassi di cambio (1,4 miliardi). Il debito degli enti di previdenza è rimasto sostanzialmente stabile, mentre la durata media residua del debito è leggermente calata a 7,7 anni.

Le reazioni politiche sono variegate. Da un lato, la maggioranza celebra l’aumento delle entrate, con Francesco Filini di Fratelli d’Italia che, a conferma dei danni del cambiamento climatico e dei colpi di calore, sostiene che i dati «smentiscono la narrativa della sinistra», lodando le politiche del governo Meloni.
Dall’altro lato, l’opposizione critica il governo per non affrontare adeguatamente l’aumento del debito. Antonio Misiani del Partito Democratico accusa l’esecutivo di scaricare il peso del debito crescente su lavoratori e pensionati, mentre Riccardo Magi di Più Europa avverte che il debito rappresenta un fardello per le future generazioni, esortando a liberalizzazioni e tagli alla spesa.
Cottarelli si concentra sulle tendenze del rapporto debito/Pil, avvertendo che potrebbe risalire al 140% nei prossimi due anni prima di iniziare una lenta discesa. Prevede che, anche tra un decennio, l’Italia potrebbe avere ancora un rapporto debito/Pil intorno al 130%, rendendola vulnerabile a shock finanziari e dipendente dall’aiuto esterno.
Per ridurre il debito in modo sostenibile, Cottarelli suggerisce di aumentare il tasso di crescita economica, portandolo al 2-2,5%, simile a quello di Spagna e Portogallo, e di dedicare le maggiori entrate derivanti dalla crescita alla riduzione del debito, piuttosto che utilizzarle per nuove spese.
Il quadro del debito pubblico italiano è allarmante per diversi motivi, ma ci sono anche elementi di potenziale ripresa. Il debito che si avvicina alla soglia simbolica dei 3 mila miliardi di euro rappresenta un campanello d’allarme, non solo per l’entità assoluta del debito, ma per le implicazioni a lungo termine che potrebbe avere sulla stabilità economica e finanziaria del Paese.
Da un lato, il fatto che l’Italia riesca ancora a rispettare gli obiettivi di bilancio concordati con l’UE, nonostante l’enorme debito, mostra una certa solidità economica. Tuttavia, il rischio è che questi miglioramenti temporanei vengano vanificati da una crescita economica insufficiente per sostenere un debito così elevato nel lungo periodo.
Le diverse reazioni politiche riflettono una divisione profonda sul modo di affrontare il problema. Da una parte, la maggioranza esalta i successi fiscali come prova della bontà delle politiche adottate, mentre l’opposizione avverte del rischio di scaricare il peso di questo debito sulle spalle delle generazioni future. Se da un lato è indubbio che le entrate fiscali siano un indicatore di successo, dall’altro è altrettanto vero che il debito, se non ridotto con misure strutturali, rischia di diventare insostenibile.
L’aumento del PIL è l’unica via percorribile per ridurre il debito senza compromettere ulteriormente il welfare e i servizi pubblici. In questo contesto, il rischio è che il Paese resti intrappolato in una spirale di bassa crescita e alto debito, con conseguenze potenzialmente gravi per la stabilità sociale ed economica.
In sintesi, l’Italia si trova davanti a un bivio. Da una parte, può continuare a puntare su misure temporanee che stabilizzano il debito nel breve termine, ma rischiano di lasciare irrisolti i problemi strutturali. Dall’altra, potrebbe adottare una strategia più ambiziosa e rischiosa che mira a rilanciare la crescita economica, con l’obiettivo di ridurre il debito in modo sostenibile. Tuttavia, questa seconda strada richiede riforme profonde e coraggiose, oltre a una visione a lungo termine che trascende gli interessi politici immediati.



