L’incendio che ha devastato la collina di Monte Mario è partito da un accampamento, dice il sindaco di Roma con un certo fatalismo, come se gli accampamenti fossero elementi della città eterna al pari dei monumenti storici, e non un segno di abbandono della metropoli da lui amministrata.
Sempre da un accampamento era partito l’incendio che ha danneggiato il ponte di ferro che avrebbe già dovuto essere riaperto ed è ancora chiuso per lavori. Il ponte è inagibile, sotto il ponte si è riformato l’accampamento.
Gli accampamenti altro non sono che la rappresentazione plastica dell’assenza di una politica per la casa, è più in generale per l’accoglienza e del controllo del territorio.
Roma è una città abbandonata a se stessa ormai da tanto tempo, con un sindaco che saltella da un cantiere all’altro per il Giubileo con un caschetto in testa, un fratino fluorescente e un metro in mano per misurare i centimetri di asfalto.
Esattamente due anni fa Gualtieri diceva che in 24 mesi Roma sarebbe diventata un borgo del Trentino, e invece somiglia sempre più a Dakar ma senza il mare.


