Sorpresa. L’arresto dei giovani fermati per gli scontri dello scorso 31 gennaio, nel corso della manifestazione in solidarietà col centro sociale Askatasuna, non sono stati convalidati. Malgrado si trattasse della procura di Torino, che vanta una tradizione di arresti preventivi, carcerazioni lunghe, criminalizzazione del dissenso, che parte dagli anni Settanta e arriva al movimento NO-TAV.
Un esito emblematico, che evidenzia lo scetticismo che si leva, da varie parti dell’opinione pubblica e degli apparati di Stato, nei confronti delle forzature operate dal governo in materia di repressione del dissenso. Un esito in parte inaspettato, in parte prevedibile, specialmente dopo che la giornalista Rita Rapisardi aveva smontato la narrazione dominante in merito alla presunta aggressione al poliziotti. Rovesciandone l’interpretazione.
La compagine esecutiva cercava nell’episodio di Torino l’occasione per legittimare l’ennesimo decreto sicurezza, detto volgarmente “anti-maranza”, e agganciarvi in modo definitivo la criminalizzazione del dissenso. Una ricerca disperata, quasi ossessiva, da parte di Palazzo Chigi.
Dopo la sentenza della CEDU sul caso Magherini, che, affermando l’inopportunità che le forze dell’ordine si occupino in prima persona di questi casi, aveva nei fatti smontato il teorema della premier, per cui criticare i poliziotti è pericoloso.
Non soltanto la CEDU ha affermato che le persone in crisi da panico non costituiscono un problema di ordine pubblico, quindi non se ne devono fare carico le forze di polizia. Ha ribadito anche che la violenza non è lo strumento adeguato ad affrontare queste situazioni.
La sentenza di Strasburgo si colloca nel solco dell’indignazione internazionale per gli omicidi a sangue freddo compiuto dall’Immigration and Custom Enforcement (ICE), a Minneapolis, alcuni esponente della quale sono stati inviati dall’inquilino della Casa Bianca in Italia in occasione delle Olimpiadi.
Sia chiaro, non si tratta di una divisione intera. Bensì di tre persone che stazioneranno, così si dice, presso il consolato statunitense a Milano. Una modalità che, più che sollevare, preoccupa molto. Perché ricalca quella dei cosiddetti consiglieri militari che Washington inviava in America Latina quando doveva preparare un golpe.
E che stazionavano dalle nostre parti nel periodo delle stragi di Stato. Insomma, siamo di fronte a personale che possiede un expertise di repressione che potrebbe trasmettere ai nostri effettivi. I quali si sono già distinti per l’omicidio di Rogoredo, in merito al quale affiorano evidenze sempre più consistenti del fatto che il giovane Abderrahim Mansouri non stesse puntando nessuna pistola, bensì è stato colpito mentre fuggiva.
Il governo attuale sembra muoversi in parallelo all’amministrazione Trump negli USA. Non soltanto in politica estera, dove la nostra premier è diventata il megafono europeo di the Donald. Anche e soprattutto nella gestione dell’ordine pubblico.
Alla pletora di decreti sicurezza, che scandiscono l’operato dell’esecutivo in carica sin dal suo insediamento, si sommano episodi come quelli di Rogoredo e i frequenti scontri di piazza. Il copione appare essere analogo: rifiuto di ogni forma di mediazione, rafforzamento delle prerogative dell’esecutivo, inasprimento delle norme repressive, uso ricorrente della forza.
Ad esempio, nel caso degli sgomberi di due centri sociali storici, come il Leoncavallo a Milano e Askatasuna a Torino, non si è cercata alcuna mediazione con gli occupanti, né si è coinvolta in alcun modo l’amministrazione comunale.

Utilizzando l’istituzione napoleonica della prefettura, vera e propria articolazione periferica del potere statale, il governo scavalca le specificità del territorio per imporre la sua volontà dall’alto. Una doppia ferita: quella inferta alla Costituzione formale, che valorizza le autonomie locali, e quella vibrata alla Costituzione materiale, che, da anni, si manifesta attraversa la negoziazione.
Senza contare che il CPOSP, ovvero il Comitato per l’Ordine e la Sicurezza Pubblica istituito trent’anni addietro proprio per dare voce alle istanze locali, viene bellamente ignorato in nome di legge e ordine.
Un atteggiamento che si riscontra anche nella gestione delle piazze. Sin da quando, a partire dalla solidarietà con la Palestina, si è cominciato a formare un nuovo movimento di opposizione, si è esclusa la strada della negoziazione, e si è puntato a lavorare sulla militarizzazione.
Da un lato, la debolezza delle organizzazioni di massa, rende difficile trovare un interlocutore, oltre a consentire che elementi al di fuori da ogni contenitore politico possano mettere in pratica forme di dissenso non sempre condivisibili.
Dall’altro, il governo attuale, non ha mai manifestato alcuna intenzione di mediare. Manganelli, scudi romani, caschetti, elicotteri, cordoni fitti di agenti e militari, tute mimetiche, rappresentano da tre anni elementi costitutivi del panorama italiano, in particolare durante le dimostrazioni di piazza.
Un atteggiamento che alimenta il divario tra tutori dell’ordine e manifestanti, in quanto parla il linguaggio della repressione e della minaccia. Che provoca un innalzamento del livello di tensione. Probabilmente alla ricerca di un caso di violenza che giustifichi poi eventuali, definitive, scelte repressive.
Una vera e propria macchina della paura, che si nutre della percezione di insicurezza, ingrossata dalle distorsioni dell’apparato mediatico, in particolare di quello vicino al governo. Si è visto col caso di Torino. Si vede ogni giorno, con le televisioni e i social che costruiscono gli spauracchi da gestire col manganello: migranti, rom, sex workers, attivisti, oppositori, maranza.
A pensarci bene, tuttavia, anche l’opposizione ha le sue responsabilità. Non soltanto per avere avallato la narrazione neoliberista, che è sfociata nella scomposizione dei soggetti sociali fino a produrre movimenti frammentati e privi di una denominazione comune.
Anche per la retorica della legalità, in nome della quale, da quarant’anni almeno, si legittimano le attitudine repressive nei confronti dei manifestanti, e si tende a difendere acriticamente l’operato dei poliziotti, anche contro ogni evidenza.
Non dimentichiamo che il G8 di Genova, dove trovò la morte Carlo Giuliani, era stato preparato dal governo di centrosinistra. Bisognerebbe cominciare ad uscire da questa ambiguità legalitaria, e rimboccarsi le maniche per trovare nuovi denominatori comuni. Il tempo a disposizione è risicato. Ma va utilizzato.


