Tiro e il piano di Israele per ridisegnare il Libano

Per secoli Tiro è stata una città di mare. Il porto, il mercato, la costa, i quartieri affacciati sul Mediterraneo, la memoria fenicia e la continuità di una vita urbana fatta di commerci, famiglie e traffici ne hanno definito la misura concreta: non una linea del fronte, ma una città abitata, antica e portuale, cresciuta sulla soglia tra il mare e il sud libanese.

Fino a pochi giorni prima dei raid più intensi, un abitante di Tiro viveva in una città già segnata dalla crisi libanese, ma ancora riconoscibile nelle sue abitudini: il lungomare, i negozi, il porto, i mercati, il movimento continuo tra centro e periferia.

Poi la guerra ha cambiato la funzione della città. Gli ordini di evacuazione israeliani dell’8 aprile hanno intimato ai residenti di lasciare Tiro e spostarsi a nord del fiume Zahrani, dentro una campagna militare che ha già esteso le zone di evacuazione a circa il 15% del territorio libanese.

È qui che Tiro cambia ruolo. Non è più soltanto una città del sud esposta alla guerra con Hezbollah. Diventa il punto in cui si può leggere che cosa Israele voglia fare del Libano meridionale oltre la semplice eliminazione della milizia sciita. Quando una guerra arriva a investire il 15% del territorio e a spostare oltre un milione di persone, non sta più solo inseguendo una milizia: sta ridisegnando un paese.

La linea emersa nelle ultime settimane non riguarda solo il colpire uomini e arsenali, ma il ridisegnare stabilmente lo spazio del sud: evacuare, svuotare, distruggere, creare una fascia di sicurezza fino al Litani e impedire il ritorno dei residenti finché il confine non sarà ritenuto sotto controllo.

In questa prospettiva Tiro non è più soltanto una città colpita dalla guerra; è una città che rischia di essere trasformata dalla guerra nel margine abitato di una nuova architettura militare.

I numeri aiutano a capire la scala del cambiamento. Dall’inizio di questa fase del conflitto, il Libano ha contato oltre un milione di sfollati; nella sola giornata dell’8 aprile, la più dura delle ultime settimane, i raid israeliani hanno provocato più di 250 morti e oltre 1.100 feriti.

Di Heretiq – Fotografia autoprodotta, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=556007

Tiro, in questo quadro, non è soltanto una città simbolica del sud: è una delle soglie attraverso cui si vede una guerra che non punta soltanto a colpire Hezbollah, ma a svuotare e riscrivere il territorio in cui Hezbollah ha vissuto e operato.

Ma proprio questo spostamento apre una questione più ampia. Se il sud del Libano deve diventare uno spazio sterilizzato militarmente, allora il problema non è più soltanto Hezbollah. Il problema diventa il Libano stesso: il suo territorio, la sua sovranità, la sua capacità di controllare il confine e di assorbire o disarmare la forza armata sciita che per anni ha agito come esercito parallelo.

Le dichiarazioni più recenti di Benjamin Netanyahu vanno proprio in questa direzione. Israele dice di voler avviare al più presto negoziati diretti con il Libano, di voler disarmare Hezbollah e di puntare a relazioni pacifiche e formali tra i due Paesi. La guerra nel sud, allora, non appare più solo come il prolungamento dello scontro con la milizia sciita.

Appare come la fase di forza con cui Israele cerca di imporre un nuovo quadro: meno autonomia armata di Hezbollah, più pressione sullo Stato libanese, più distanza dal confine e, se possibile, l’avvio di una normalizzazione politica che fino a ieri sembrava fuori portata.

In questo senso Tiro non è soltanto una città sotto le bombe. È il luogo in cui si vede che cosa Israele voglia ottenere da questa fase della guerra. Non solo colpire Hezbollah, ma sfruttare il vuoto e la paura prodotti dai raid per cambiare le regole del sud del Libano.

L’obiettivo finale non sembra essere soltanto militare. Sembra politico: costringere Beirut ad accettare un nuovo rapporto con Israele, fondato su negoziati diretti, sul ridimensionamento o disarmo della milizia sciita e, in prospettiva, su una forma di normalizzazione che passi non attraverso un accordo tra eguali, ma attraverso una nuova gerarchia imposta dalla guerra.

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