giovedì, Febbraio 26, 2026

Stretta omofobica nel Senegal della crisi socio-economica

Con debito, disoccupazione, tensioni sociali e un malcontento giovanile in crescita, verrebbe da pensare che la priorità di un governo sia il lavoro, il welfare, l’università, il costo della vita. In Senegal, invece, il primo ministro Ousmane Sonko ha deciso di spendere capitale politico su un altro terreno: l’inasprimento della repressione contro le persone LGBTQ+.

La proposta presentata dal governo aumenta fino a dieci anni la pena massima per le relazioni omosessuali e introduce pene anche per chi “sostiene” relazioni tra persone dello stesso sesso.

Reuters e AP confermano sia il contenuto della stretta sia il quadro politico in cui nasce: una promessa di Sonko, la pressione di organizzazioni religiose, una recente ondata di arresti e una maggioranza parlamentare favorevole che rende il via libera probabile.

Dal punto di vista dei diritti, la questione è limpida: si tratta di una misura inaccettabile, che colpisce una minoranza già esposta a stigma, violenza e persecuzione.

Human Rights Watch ha denunciato proprio in questi giorni gli arresti di 12 uomini in Senegal, avvertendo che l’uso delle leggi punitive anti-LGBT mette a rischio anche la salute pubblica e la sicurezza delle persone, comprese quelle che vivono con HIV.

Ma fermarsi alla condanna morale — pur necessaria — rischia di non spiegare il punto politico decisivo: perché adesso? E perché con questa intensità, in un paese che ha urgenze materiali enormi?

La risposta più plausibile è che questa stretta funzioni come una politica di consenso a basso costo. Non costa quasi nulla al bilancio statale. Non richiede riforme strutturali, investimenti, negoziati difficili con creditori o sindacati.

Non crea posti di lavoro, non riduce il debito, non rimette in moto l’economia. Ma consente di mostrare forza, occupare il dibattito pubblico e mobilitare una parte dell’elettorato su un terreno identitario e morale. In altre parole: quando governare l’economia diventa difficile, governare i corpi e i costumi diventa politicamente più semplice.

Il contesto rende questa lettura tutt’altro che astratta. Reuters ha raccontato nelle stesse ore una crisi sociale esplosa all’università di Dakar dopo ritardi nei sussidi, con scontri, arresti e la morte di uno studente, su uno sfondo segnato da un debito pubblico rivalutato al rialzo e da forti tensioni tra aspettative popolari e capacità del governo di mantenere le promesse sociali.

Il debito/PIL è stato rivisto in modo drammatico e l’IMF ha congelato un programma da 1,8 miliardi di dollari; nel frattempo sono arrivati tagli, nuove tasse e perdita di posti di lavoro nel settore formale.

Assemblée Nationale de Dakar – Sénégal Foto Photowalk CC BY-SA 3.0

Dentro questo scenario, la stretta anti-LGBTQ+ offre al potere un terreno più gestibile di quello economico: sposta l’agenda dai salari ai “valori”, dal debito alla morale pubblica, dalla redistribuzione delle risorse alla punizione di una minoranza.

Non significa necessariamente che sia “solo un diversivo”; significa che è una leva politica estremamente conveniente per chi deve rispondere a una pressione sociale crescente e a margini fiscali stretti.

C’è poi un secondo elemento: la convergenza con reti religiose e mobilitazioni omofobe che da anni chiedono pene più severe. Le proteste anti-LGBT in Senegal non nascono oggi, e Reuters/AP richiamano esplicitamente il loro ruolo nel creare pressione sul governo.

In questo senso, la legge non è solo una scelta repressiva dall’alto: è anche il prodotto di una alleanza di legittimazione reciproca tra politica e imprenditoria morale. I politici guadagnano consenso e “radicamento valoriale”; i gruppi religiosi consolidano influenza sull’agenda legislativa.

Un terzo fattore, non meno importante, è il frame nazionalista. Reuters riporta che Sonko ha collegato le controversie sui diritti LGBT a un’“influenza occidentale”. È una formula politicamente potente: permette di presentare la repressione non come violazione dei diritti di cittadini senegalesi, ma come difesa della sovranità culturale contro un’agenda importata.

In un contesto di crisi e frustrazione sociale, il messaggio funziona: la guerra ai diritti diventa una scorciatoia di “decolonizzazione simbolica”, mentre restano intatte dipendenze molto più concrete e pesanti, a partire dal debito, dalla finanza internazionale e dalla fragilità economica.

Questo meccanismo produce un effetto ulteriore, spesso sottovalutato: la creazione di un capro espiatorio. Le campagne anti-LGBTQ+ non servono solo a colpire una minoranza; servono a semplificare problemi complessi, a costruire un nemico interno e a offrire una spiegazione morale del disagio sociale.

Quando un governo fatica a redistribuire risorse, spesso redistribuisce colpa. E se la legge punisce anche il “sostegno” alle relazioni tra persone dello stesso sesso, il bersaglio si allarga: attivisti, operatori sanitari, giornalisti, difensori dei diritti, spazi civici.

È qui che la questione LGBTQ+ smette di essere “tema di minoranza” e diventa una questione democratica generale. Perché una norma che criminalizza il sostegno non disciplina solo i comportamenti privati: disciplina il discorso pubblico, l’assistenza, l’advocacy, perfino la possibilità di nominare i diritti senza rischiare. È una legge che produce paura e silenzio, e che può diventare un modello di governo del dissenso in tempi di crisi.

La domanda iniziale, allora, va rovesciata. Non è: “come fanno a trovare tempo per questo, con tutti i problemi che hanno?”. È, piuttosto: proprio perché quei problemi sono così gravi, perché questa politica rende così tanto? La povertà non mette in pausa la guerra culturale. Può diventarne il carburante.

E la repressione anti-LGBTQ+ — oltre a essere una violazione intollerabile dei diritti — rischia di diventare il sintomo più chiaro di una politica che, davanti alla questione sociale, sceglie il codice penale e la morale invece della giustizia economica.

Foto Initsogan CC BY-SA 3.0 Unported