Stellantis: Tavares, Elkann e il ballo dei milionari sul Titanic

C’è qualcosa di grottescamente sublime nel vedere Carlos Tavares abbandonare la nave Stellantis con una liquidazione da 100 milioni di euro, un paracadute dorato che sarebbe sufficiente per comprare un’intera fabbrica. Un gesto che incarna alla perfezione lo spirito del management moderno: non importa se il Titanic affonda, l’importante è che il comandante se ne vada in elicottero. Intanto, gli operai rimangono a bordo, con una paga da mille euro al mese, a spegnere incendi che nessuno ha davvero intenzione di domare.

Ma non è solo Tavares il protagonista di questa tragicommedia. C’è anche John Elkann, l’eterno delfino della dinastia Agnelli, che ora guida ad interim un comitato esecutivo per salvare ciò che resta del colosso automobilistico. Elkann, con il suo aplomb da dirigente illuminato, sembra più preoccupato di curare l’immagine del gruppo che di affrontare il collasso sociale che l’avidità manageriale sta generando. Perché, si sa, un’azienda è solo un numero su un bilancio, mica un ecosistema fatto di lavoratori, famiglie e territori.

Il modello Stellantis: il profitto prima di tutto (e di tutti)
Non dimentichiamo che Tavares, sotto la sua brillante guida, ha trasformato Stellantis in una macchina da guerra per i profitti. Utili record nel 2023, certo, ma a che prezzo? Stabilimenti chiusi, migliaia di posti di lavoro eliminati, e una transizione verso l’elettrico gestita con la delicatezza di un elefante in una cristalleria. Il mantra è sempre lo stesso: tagliare, comprimere, delocalizzare. E quando la pressione si fa insostenibile, si scarica tutto sui lavoratori e si passa all’incasso.

La sproporzione è evidente. Un operaio licenziato riceve una pacca sulla spalla e una promessa vaga di “ricollocamento”. Un CEO che lascia dopo aver guidato l’azienda verso il caos si porta a casa una cifra che basterebbe per garantire anni di stipendi a migliaia di dipendenti. È un sistema che premia il fallimento e punisce la fatica. Eppure, la narrazione ufficiale celebra questi manager come eroi visionari, innovatori geniali, mentre le persone comuni sono ridotte a numeri da eliminare per migliorare la “performance aziendale”.

“Carlos Tavares 2 Genf 2018” by Alexander Migl is licensed under CC BY-SA 4.0.

Volkswagen: la Germania si ribella, l’Italia si accontenta
Il confronto con quanto sta accadendo in Germania è impietoso. I lavoratori della Volkswagen, di fronte a condizioni simili, hanno deciso di entrare in sciopero permanente. Una rivolta collettiva che parla di dignità e di resistenza contro un sistema che calpesta i diritti in nome del profitto. In Italia, invece, assistiamo al solito balletto. Maurizio Landini, con i suoi appelli a una “rivolta sociale”, riesce al massimo a organizzare un corteo, che ben venga, ma sembra più un gesto simbolico e di testimonianza che la costruizione di una strategia concreta per opporsi a questa deriva.

Il risultato? Un paese che accetta l’ingiustizia come fosse inevitabile, come se la rapacità dei dirigenti e l’impotenza dei sindacati fossero parte dell’ordine naturale delle cose. E così, mentre in Germania le fabbriche si fermano, in Italia ci si accontenta di qualche striscione e di un paio di slogan. La rabbia c’è, ma è frammentata, dispersa, senza una vera direzione.

I signori del capitalismo sfacciato
Il caso Tavares è l’emblema di un sistema marcio fino al midollo. Non si tratta solo di un problema economico, ma di una questione morale. La strafottenza di questi dirigenti – Tavares, Elkann, e tutti i loro pari – non è solo un insulto ai lavoratori, ma un attacco diretto alla dignità di chi manda avanti le aziende. Sono loro, non i manager con le loro strategie astratte, a costruire le auto, a mandare avanti le linee di produzione, a garantire la qualità che i clienti si aspettano.

Eppure, il messaggio è chiaro: voi siete sacrificabili, noi no. Noi possiamo fallire, e saremo ricompensati. Voi, invece, pagherete sempre il prezzo più alto. È un’arroganza che merita di essere derisa, smascherata, trattata con il disprezzo che si riserva ai buffoni. Perché, alla fine, è proprio questo che sono: buffoni vestiti da imperatori, che giocano con le vite delle persone mentre si riempiono le tasche.

“Usine Stellantis d’Hordain – atelier Montage (71)” by Ottaviani Serge is licensed under CC BY-SA 4.0.