Smart working: il Garante tutela i diritti, i capi li negano

Una sanzione da 50.000 euro e un messaggio chiaro: il datore di lavoro non può geolocalizzare i propri dipendenti in smart working. Così si è espresso il Garante per la protezione dei dati personali, punendo un’Azienda che monitorava la posizione geografica di circa cento lavoratori da remoto, tramite app, email e controlli telefonici.

Le modalità adottate erano tutt’altro che sporadiche: chiamate a campione per chiedere di attivare la geolocalizzazione di PC o smartphone, timbrature digitali e richieste di dichiarare il luogo fisico in tempo reale. Il tutto senza una base giuridica adeguata, né una corretta informativa, né un rispetto minimo della dignità personale. Un’invasione nella sfera privata dei lavoratori che – ricorda il Garante – non è giustificabile nemmeno in nome del dovere di diligenza.

Questo episodio non è solo l’ennesima dimostrazione dell’arretratezza culturale di molte organizzazioni italiane. È la spia di una resistenza sistemica al lavoro agile, percepito non come una forma moderna di organizzazione, ma come un rischio da contenere. Eppure, i dati raccontano un’altra storia.

Smart working: più produttivo, più umano
Durante la pandemia da COVID-19, lo smart working è stato adottato in massa. Nel 2020, i lavoratori da remoto sono passati da 570.000 a oltre 6,5 milioni. Secondo il Politecnico di Milano, la produttività è aumentata in media del 15%, e anche l’ISTAT ha registrato una crescita record della produttività del lavoro (+1,3%) proprio nell’anno dell’esplosione dello smart working.

Ma oltre all’efficienza, è migliorata la qualità della vita. Meno tempo sprecato in trasporti, migliore conciliazione tra lavoro e vita privata, meno stress. Il 73% dei lavoratori intervistati nel 2023 ha dichiarato che si opporrebbe a un ritorno forzato in ufficio; un terzo ha detto che, in quel caso, cambierebbe lavoro.

“Cafe avellana…” by Hazimz 16mm is licensed under CC BY-NC-SA 2.0.

Eppure, il ritorno al passato è già in atto
Nonostante i benefici, nel pubblico e nel privato si assiste a un lento e costante arretramento. Lo smart working viene ridotto, circoscritto, spesso eliminato. Nel 2024 si stimano 3,65 milioni di smart worker, in calo rispetto agli anni della pandemia. Nella pubblica amministrazione, in particolare, si fa di tutto per riportare i dipendenti dietro la scrivania, come se il lavoro da remoto fosse un privilegio e non una modalità legittima.

Perché? La risposta è semplice: controllo. L’ossessione per la “presenza fisica” non è solo simbolica. È culturale. Un capo che non ti vede teme di perdere potere. Un sistema burocratico, incapace di misurare gli obiettivi, si rifugia nel badge e nella vigilanza. Così, anziché modernizzare l’organizzazione del lavoro, si preferisce reprimere la flessibilità, perfino violando la privacy dei lavoratori.

Il vero nodo: fiducia, non tecnologia
La sentenza del Garante non è solo un richiamo giuridico. È un segnale politico e culturale. Dice chiaramente che non è accettabile sorvegliare i lavoratori come sospetti, soprattutto se lavorano da casa. Ma soprattutto dice che il problema non è lo smart working in sé: è l’incapacità delle organizzazioni di ripensarsi.

Servono strumenti per valutare i risultati, non le ore. Servono dirigenti formati, non caporali digitali. Serve fiducia, non geolocalizzazione.

Lo smart working non è un favore, è un diritto da costruire
Il lavoro agile non è solo una comodità. È una scelta di civiltà. Un modello più sostenibile, inclusivo, efficiente. Chi lo ostacola – nel pubblico come nel privato – non sta difendendo il lavoro: sta difendendo il proprio potere.

La decisione del Garante per la Privacy è un argine, ma non basta. Occorre una cultura del lavoro che metta al centro la persona, non il dispositivo di controllo. Non si può tornare indietro fingendo che il futuro non sia mai iniziato.