Crolla una torre nel cuore di Roma, e per ore un operaio resta sotto le rovine, per poi morire subito dopo essere stato estratto dalle macerie. È successo ieri mattina in largo Corrado Ricci, tra i Fori e via Cavour, una delle zone più fotografate del pianeta. Stavano “mettendo in sicurezza” la Torre dei Conti. Il risultato è che la sicurezza è saltata per prima. È la solita parola usata come coperta: messa in sicurezza, consolidamento, restauro. Tre modi diversi per dire che si interviene quando il rischio è già qui, quando basta una vibrazione per far crollare tutto, persone comprese.
L’inchiesta è già aperta, si parla di lesioni e disastro colposi a cui si aggiungerà adesso l’omicidio colposo. Contro ignoti, naturalmente, spetterà all’indagine accertare le responsabilità specifiche. Ma a Roma non serve aspettare le carte dei magistrati per capire che non è un episodio isolato. È un segnale. La città è piena di edifici, ponti, scuole e mura storiche che si reggono su impalcature più che su piani di manutenzione. Il Campidoglio sa benissimo che l’elenco delle emergenze statiche è lungo: solo negli ultimi mesi si sono contati interventi urgenti su ponti, cavalcavia e persino tratti delle Mura Aureliane. Ogni tanto cede un pezzo, ogni tanto si chiude una corsia, ogni tanto si chiama “lavoro di consolidamento” quello che in realtà è un tentativo di non far finire tutto per terra.
La verità è che a Roma si lavora sul filo. Non sulla prevenzione, ma sul rischio calcolato. Lo sanno i tecnici che non riescono a programmare per mancanza di fondi, e lo sanno gli operai che ci rimettono la pelle. La Torre dei Conti è crollata durante un turno di lavoro: significa che qualcuno stava lì, dentro il pericolo, a fare quello che la città chiama “messa in sicurezza”. Non è fatalità, è una catena di leggerezze: appalti al massimo ribasso, controlli ridotti, cantiere aperto in area turistica, tempi stretti. È la formula perfetta per trasformare il restauro in trappola.
Non è un caso che i sindacati edili parlino da mesi di un “autunno nero” per la sicurezza nei cantieri: in Italia, nei primi dieci mesi del 2025, più di duecento lavoratori sono morti sul lavoro, e Roma è tra le province con più incidenti. Ogni volta si apre un’inchiesta, si promette un tavolo, poi cala il silenzio fino al prossimo bollettino. La capitale è una vetrina di restauri, ma dietro ogni cantiere ci sono uomini che lavorano appesi a corde o sotto murature che non reggerebbero un colpo di vento.

Le opere pubbliche a rischio non mancano. Il ponte dell’Olimpica è in manutenzione da anni, il viadotto della Magliana richiede monitoraggi continui, e su molti cavalcavia cittadini i tecnici segnalano crepe e degrado dei giunti. Le Mura Aureliane hanno registrato diversi distacchi negli ultimi anni, con strade chiuse e traffico dirottato. Persino alcune stazioni della metropolitana, costruite su terreni instabili, necessitano di interventi urgenti che vengono rinviati per mancanza di fondi. Roma è una città che vive di transenne e impalcature: il ferro è la sua armatura temporanea.
E mentre si continua a parlare di grandi progetti e rilanci, la manutenzione ordinaria resta la cenerentola del bilancio. I soldi arrivano solo dopo un crollo, mai prima. Si fa bandiera della “riqualificazione urbana” ma non si trovano fondi per tenere in piedi ciò che già esiste. Gli edifici scolastici con più di cinquant’anni sono oltre la metà, e decine di plessi segnalano infiltrazioni o crepe. Gli asili comunali sono un’altra zona grigia: chi ci lavora sa che le ispezioni vere si fanno solo quando cade un pezzo di intonaco.
A Roma c’è un pezzo di paese che vive sotto il rischio quotidiano: lavoratori dei cantieri, insegnanti nelle scuole vecchie, famiglie nei palazzi popolari con i cornicioni marci. A forza di chiamare “emergenza” quello che è routine, abbiamo cancellato la differenza tra fatalità e negligenza. Il diritto alla sicurezza, che sia sul lavoro o in strada, è finito tra le pratiche inevase della burocrazia.
Ora tutti aspettano i periti e le perizie, come se bastasse un verbale a cambiare la sostanza. Ma la sostanza è che una torre è crollata mentre la “mettevano in sicurezza”. È la metafora perfetta di Roma e forse dell’Italia intera: si corre a chiudere la stalla quando i muri sono già venuti giù. E chi stava lì sotto non è un numero, è il promemoria vivente di quanto costa vivere in un paese dove la manutenzione è un favore e la sicurezza un lusso.



