Un aspetto cruciale delle stragi dell’11 settembre 2001 negli Usa è il mancato processo ai principali responsabili degli attentati. L’FBI, infatti, ha ostacolato il processo per evitare la divulgazione di documenti riservati, suscitando la rabbia delle famiglie delle vittime.
Per noi italiani non è una novità che i servizi segreti impediscano in tutti i modi possibili che si faccia chiarezza su atti eversivi in cui, direttamente o indirettamente, per coinvolgimento o per omissione, sono a tutti i livelli coinvolti i servizi di sicurezza nazionale.
Gli Stati Uniti però devono fare i conti con la rabbia delle famiglie delle migliaia di vittime dell’11 settembre. Una storia lunga, tormentata e criminale non soltanto per quanto riguarda gli attentatori ma per quel che concerne le rappresaglie criminali utilizzate dagli Usa verso i presunti attentatori.
Il mancato processo ai dodici principali accusati degli attentati dell’11 settembre, tra cui Khalid Sheikh Mohammed, considerato la mente dietro gli attacchi ha fatto scaturire la scintilla della contrapposizione tra governo e associazioni di familiari.
Il processo è stato ritardato ripetutamente, e una delle ragioni principali è la riluttanza dell’FBI a rendere pubblici documenti riservati che potrebbero emergere durante il dibattimento. Questi documenti potrebbero contenere informazioni delicate sulle tecniche di interrogatorio utilizzate a guantanamo e sul ruolo di diversi attori statali e non statali negli eventi pre e post-attentati.
Innazitutto Guantanamo. Dal gennaio 2002, Guantanamo ha ospitato oltre 700 detenuti, molti dei quali sono stati definiti “combattenti illegali”, eufemismo utilizzato dall’amministrazione di George W. Bush, una classificazione che ha permesso agli Stati Uniti di aggirare molte delle norme internazionali sui diritti umani.
Oggi, solo una trentina di detenuti rimangono nella prigione, e molti di loro non sono mai stati formalmente accusati di un crimine. Recenti tentativi di chiudere Guantanamo sono falliti, e la prigione continua a essere una macchia sulla reputazione degli Stati Uniti.

Le famiglie delle vittime dell’11 settembre sono furiose per questi ritardi. Per loro, il processo rappresenta non solo una questione di giustizia, ma anche di chiusura emotiva. L’assenza di un processo equo e trasparente è vista come un tradimento da parte del governo, che sembra più interessato a proteggere i propri segreti che a garantire giustizia.
“Invece di onorare la memoria dei nostri cari, il governo continua a nascondere la verità”, ha dichiarato un rappresentante delle famiglie delle vittime. “Vogliamo sapere cosa è realmente accaduto e vedere i responsabili puniti”.
Il caso dei detenuti di Guantánamo e il mancato processo ai responsabili dell’11 settembre hanno implicazioni profonde per la politica interna ed estera degli Stati Uniti. Le tecniche di interrogatorio avanzate, spesso descritte come torture, e la detenzione indefinita senza processo hanno danneggiato gravemente la reputazione degli Stati Uniti nel mondo.
Inoltre, il mancato rispetto delle norme legali e dei diritti umani ha fornito argomenti a paesi come Russia e Cina per giustificare le proprie violazioni dei diritti umani. Per non andare a processo il Pentagono aveva accettato un accordo in cui i tre imputati principali, a lungo detenuti e torturati a Gauntanamo, accettavano di dichiararsi colpevoli delle accuse di associazione a delinquere di cui avrebbero dovuto rispondere in cambio della condanna all’ergastolo.
Sotto la pressione delle associazioni che riuniscono le famiglie il Pentagono è stato costretto tre giorni dopo a revocato questo accordo, che avrebbe permesso agli imputati di evitare la pena capitale e all’Fbi di mostrare le sue carte.
Difficilmente il potente servizio di sicurezza federale resterà inerte dinanzi alla prospettiva che la sua rete di crimini, abusi e violazioni dei diritti civili venga resa nota a tutta la nazione.
Dall’11 settembre 2001 i parlamentari Usa hanno approvato una serie di provvedimenti che davano poteri di vita e di morte sui cittadini all’Fbi e a entri come l’Nsa, dove lavorava Edward Snowden, l’analista poi fuggito in Russia dopo aver denunciato e dimostrato le violazioni della privacy da parte del suo servizio segreto sui cittadini Usa e quelli di tutto il mondo, compresi capi di Stato.
Il primo round è andato alle associazioni di familiari delle vittime. Ma adesso bisogna attendersi un colpo di coda dei servizi di sicurezza, a cominciare dall’Fbi, che dall’11 settembre 2001 hanno di fatto assunto il controllo della vita pubblica statunitense



