mercoledì, Gennaio 21, 2026

L’attacco in Siria dopo Kabul: il ritorno all’offensiva dell’Isis

Tra il 19 e il 20 gennaio 2026 lo Stato Islamico ha lanciato due segnali diversi ma perfettamente coerenti tra loro: a Kabul, con un’azione rivendicata dall’ISIS-K contro un obiettivo legato alla presenza cinese; nel Nord-Est siriano, con la fuga di detenuti da un carcere sotto controllo curdo nel pieno di una fase di instabilità e rinegoziazione del potere.

Presi insieme, questi episodi raccontano un ritorno all’offensiva che non coincide con la ricostruzione di un “califfato” territoriale, ma con una strategia più realistica e, proprio per questo, più pericolosa: colpire dove l’impatto politico e operativo è massimo, sfruttare i vuoti di sicurezza, rigenerare risorse umane e costringere gli avversari a reagire.

L’attacco a Kabul si inserisce in una logica che Diogene Notizie ha già messo a fuoco nell’articolo di ieri: l’ISIS-K non sta soltanto combattendo i Talebani, sta parlando al contesto regionale e internazionale. Colpire un ristorante frequentato da cittadini cinesi nel cuore della capitale non serve soltanto a seminare terrore; serve a incrinare la narrazione di una normalizzazione possibile dell’Afghanistan e a trasformare la presenza economica e diplomatica di Pechino in un fattore di vulnerabilità.

Il messaggio è doppio: ai Talebani, accusati di non saper garantire sicurezza neppure nelle aree considerate più controllate; alla Cina, che viene richiamata dentro il conflitto con l’idea che ogni investimento, ogni canale, ogni progetto possa diventare un bersaglio o un moltiplicatore di rischio.

Non è un caso che, dopo l’attacco, si sia tornati a parlare di protezione rafforzata per cittadini e interessi cinesi: per un’organizzazione jihadista, spostare anche solo di poco l’agenda di una potenza esterna è già una vittoria operativa e propagandistica.

La Siria racconta l’altro versante della stessa offensiva, meno spettacolare ma spesso più determinante sul medio periodo. La fuga di circa duecento detenuti da un carcere nell’area di al-Shaddadi, con ricatture parziali nelle ore successive, è avvenuta in un contesto segnato da tensioni e accuse incrociate tra le Forze Democratiche Siriane e Damasco, in una fase in cui il controllo del territorio e delle strutture sensibili appare più fragile e negoziato del solito.

Qui la questione centrale non è stabilire se ci sia stato un assalto “classico” firmato ISIS con l’uso di esplosivi, squadre d’attacco e operazioni coordinate; il punto, piuttosto, è capire che lo Stato Islamico ottiene un risultato strategico anche quando la sua avanzata passa per il collasso della custodia, per un abbassamento improvviso delle misure di sorveglianza o per un vuoto di comando.

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Nel momento in cui decine di detenuti tornano in circolazione, l’organizzazione guadagna capitali umani, riattiva reti locali, rialimenta la capacità di intimidazione e costringe gli avversari a spostare risorse dalla contro-insurrezione alla difesa statica, alle bonifiche, ai rastrellamenti, alla gestione dell’emergenza.

Questa leva carceraria non è una novità, ed è proprio questo il punto. Il precedente che spiega la dottrina è l’assalto al carcere di Ghwayran, a Hasakah, nel gennaio 2022, l’operazione più grande condotta dall’ISIS in Siria dopo la caduta territoriale del 2019.

Quella offensiva mostrò una grammatica precisa: attacco esterno, sommossa interna, diversioni e saturazione della risposta, con una pianificazione lunga e un obiettivo chiaro, dimostrare che l’organizzazione era ancora capace di coordinamento e di iniziativa.

Analisi di sicurezza e ricostruzioni istituzionali attribuirono un ruolo diretto alla leadership dell’epoca nella pianificazione, e la comunità internazionale comprese allora un elemento fondamentale: le prigioni non sono soltanto luoghi di detenzione, sono serbatoi di combattenti, reclutatori, mediatori e logisti. Liberarli, o anche solo rimetterne una parte in circolo, equivale a rigenerare capacità operativa con costi relativamente contenuti.

Se Kabul e al-Shaddadi vengono letti nella stessa cornice, il ritorno all’offensiva assume contorni più chiari. Da un lato c’è l’offensiva “esterna”, fatta di attentati ad alta valenza politica e simbolica che puntano a colpire attori internazionali e a delegittimare governi o autorità locali; dall’altro c’è l’offensiva “interna”, che passa per la destabilizzazione dei dispositivi di custodia e per il recupero di capitale umano.

Il denominatore comune è la ricerca di centralità e iniziativa: non serve conquistare città per dettare tempi e priorità, basta riuscire a scegliere il terreno di scontro, imporre reazioni, far spendere risorse, aprire più fronti psicologici e operativi insieme.

Per questo parlare di offensiva non significa sostenere che lo Stato Islamico stia tornando alla forma del 2014. Significa riconoscere che, in una fase di transizioni fragili e di competizioni regionali, l’organizzazione sta provando a trasformare le crepe degli avversari in moltiplicatori di forza.

Se nelle prossime settimane vedremo una continuità di attacchi “di messaggio” contro interessi esterni e, parallelamente, un aumento di incidenti e tensioni attorno a prigioni e campi di detenzione, la tendenza sarà difficilmente liquidabile come una somma di episodi. Sarebbe, piuttosto, la conferma di una strategia che punta a rendere instabile ciò che già è instabile e a ricostruire capacità operativa non con la conquista, ma con la pressione.

By Mstyslav Chernov – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=54029665

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