La riforma può aspettare, il tesserino da pagare no

Finalmente il futuro, ci verrebbe da dire. Il futuro dell’Ordine dei giornalisti non è la riforma della professione, non è la revisione dei percorsi di accesso, non è nemmeno un’idea nuova sul giornalismo in Italia. No, il futuro è una nuova card elettronica che dovremo pagare ogni anno, proprio come un abbonamento Spotify premium.

Solo che, invece di ascoltare musica, pagheremo per dimostrare di essere ancora giornalisti. Quindici euro l’anno, per avere il privilegio di un pezzetto di plastica che, una volta scaduto, ci metterà circa duemila anni a decomporsi. Un’innovazione perfetta per una professione che vive ancora nel Novecento, ma si fa vanto di adottare le tecnologie del futuro.

Naturalmente la giustificazione è sempre la stessa: “Ce lo chiede l’Europa”. Peccato che l’Europa chieda carte d’identità elettroniche valide dieci anni, mentre i giornalisti italiani dovranno buttar via la loro ogni anno. Una sottigliezza, direbbero dalle parti della presidenza Cnog.

Il resto? Chi se ne importa. L’importante è che l’Ordine, ogni anno, possa incassare circa un milione e mezzo di euro extra, gentilmente offerti dagli iscritti in cambio di un tesserino che dura meno di uno yogurt e che suona più come una tessera per lo stabilimento balneare che come un documento professionale.

Ed eccolo, il paradosso. Da anni si parla di riformare la professione, di aggiornare i criteri di accesso, di rendere il giornalismo italiano qualcosa di più serio e meno burocratico. Le proposte non mancano: il Documento di Positano, la Bozza Siliquini, le commissioni istituite negli ultimi anni, tutte promesse mai mantenute.

E mentre la riforma aspetta pazientemente il suo turno, la plastica corre veloce: oggi l’unico cambiamento concreto è che dovremo pagare 15 euro ogni anno per rifarci un tesserino, senza che la professione cambi di una virgola.

Questa è l’Europa che ci impone tesserini sicuri, ma che si guarda bene dall’imporre formazione seria, percorsi di accesso chiari o un quadro normativo aggiornato. E questa è l’Italia che corre a stampare card elettroniche ma non riesce a riformare una legge del 1963. Così il tesserino scadrà prima del latte fresco, ma la riforma continuerà a languire in fondo a un cassetto.

La verità è che il tesserino è l’unico pezzo della professione che si rinnova ogni anno. Tutto il resto, dal riconoscimento del titolo professionale alla tutela dei precari, resta fermo al palo. Siamo diventati bravissimi a produrre plastica inutile e incapaci di dare una prospettiva a chi fa questo mestiere. Euro-plastic, più che euro-riforma. E così, mentre le tessere scadranno e marciranno nei secoli, i diritti veri del giornalismo italiano restano vecchi e dimenticati.