La forca della Knesset e il tramonto di Israele

Ci sono voti parlamentari che non approvano soltanto una legge. Rivelano una mutazione. Mettono a nudo la verità politica di un regime. Il voto con cui la Knesset ha introdotto la pena di morte per terrorismo appartiene a questa specie. Non è una misura di sicurezza. Non è una risposta eccezionale a una stagione eccezionale. Non è neppure, come si cercherà di far credere, un atto di fermezza.

È qualcosa di peggiore: è la confessione di uno Stato che, davanti all’orrore, rinuncia al diritto e si consegna alla vendetta. Lo dico senza ambiguità. Israele ha diritto a esistere. Israele ha diritto a difendersi. Il 7 ottobre è stato un pogrom terroristico. Hamas è un’organizzazione criminale e fanatica. Come criminale e fanatica è stata l’uccisione di decine di migliaia di palestinesi, lo spianamento di Gaza.

Proprio per questo la decisione della Knesset è infame. Perché la civiltà giuridica si misura nel modo in cui tratta il colpevole, non nel modo in cui protegge l’innocente. Proteggere l’innocente è il minimo. Punire il colpevole senza diventare simili alla sua logica è il massimo. È lì che uno Stato dimostra la sua statura. È lì che si vede se il diritto è davvero il suo fondamento o soltanto una decorazione da esibire in tempo di pace.

La pena di morte segna il punto in cui questo fondamento viene spezzato. Non c’è nulla di forte in uno Stato che impicca. Non c’è nulla di sovrano in uno Stato che si mette alla quota morale dei suoi nemici. Non c’è nulla di democratico in uno Stato che trasforma la morte in strumento ordinario di governo.

La forca non è giustizia. È l’ammissione che la giustizia non basta più. È il momento in cui il potere smette di accettare limiti e decide che il proprio dolore, la propria paura, la propria rabbia valgono più del principio di diritto. In quel momento non siamo più nel campo della legalità. Siamo in quello della regressione.

Per anni in molti abbiamo cercato di salvare una distinzione. Netanyahu e il suo governo da una parte, Israele dall’altra. Il governo estremista da una parte, la tenuta democratica dello Stato dall’altra. La leadership fanatica da una parte, la sostanza liberale dell’ordinamento dall’altra. Era una distinzione sempre più fragile, ma ancora spendibile. Oggi lo è molto meno.

Perché quando una norma del genere viene approvata dal Parlamento, non si può più dire che il problema sia soltanto un uomo, o una coalizione, o una parentesi. Il problema diventa istituzionale. Il fanatismo smette di essere una pressione esterna sul diritto e diventa forma del diritto. La pulsione autoritaria smette di essere una tentazione del potere e diventa deliberazione dello Stato.

È questo il salto che bisogna avere il coraggio di nominare. La decisione della Knesset non è soltanto crudele. È rivelatrice. Dice che il progetto politico oggi dominante in Israele non consiste più soltanto nel combattere il terrorismo, ma nel rifondare lo Stato in senso etnico, punitivo e confessionale. Dice che il nemico non è più un criminale da giudicare, ma una figura assoluta da cancellare.

Come laici non consideriamo ammissibile uno Stato islamico o cattolico e nessuna altra forma di Stato confessionale. Per una ragione semplice: quando il sacro entra nel comando politico, il diritto arretra. La legge smette di essere misura comune e diventa strumento identitario. Il potere si sente investito di una missione. Il nemico smette di essere un avversario o un reo e diventa un male metafisico. A quel punto tutto diventa possibile, perché tutto può essere benedetto.

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È questo il meccanismo che oggi agisce in Israele. Non la fede privata di milioni di persone. Non la religione come esperienza interiore. Ma la religione come struttura di potere. Come giustificazione dell’eccezione. Come investitura morale della violenza. Netanyahu e la coalizione di clericali, ultranazionalisti e fanatici che lo sostiene stanno lavorando da tempo a questa torsione. La pena di morte è uno dei suoi esiti più chiari. Non difende Israele. Lo altera. Non ne rafforza la legittimità. La corrode.

Il voto della Knesset sulla pena di morte dice chiaramente che una parte decisiva del gruppo dirigente israeliano non vuole più uno Stato democratico che si difende duramente entro limiti riconoscibili. Vuole uno Stato che si percepisce investito da una superiorità storica, morale e identitaria tale da considerare il limite un intralcio.

Vuole uno Stato sciolto dall’universalità della legge. Vuole uno Stato che giudica in nome della propria ferita e punisce in nome della propria elezione. Questo non è decisionismo. È una forma di fascistizzazione del potere. Questa è la definizione politica corretta.

C’è fascistizzazione quando il diritto viene degradato a strumento del comando, quando la pena diventa esibizione di forza, quando il nemico viene assolutizzato, quando la comunità politica viene ridefinita in chiave identitaria e sacrale, quando la paura collettiva viene mobilitata per legittimare ciò che in condizioni normali apparirebbe intollerabile. Tutti questi elementi, oggi, in Israele, sono visibili.

Naturalmente nulla di questo assolve gli assassini di Hamas o di Hezbollah o del regime iraniano. Nulla riduce il carattere criminale del 7 ottobre. Nulla toglie a Israele il diritto di colpire chi organizza massacri. Ma il diritto di colpire non è il diritto di smettere di essere uno Stato di diritto. Il diritto alla difesa non comprende il diritto alla barbarie. Non comprende il diritto alla punizione assoluta. Non comprende il diritto di fare della morte una politica.

Ed è per questo che oggi la critica a Israele deve essere più dura proprio da parte di chi ne ha sempre riconosciuto la legittimità. Perché il problema non è più soltanto l’immagine internazionale dello Stato ebraico. Il problema è la sua trasformazione interna. Il problema è che si sta consumando, sotto i colpi del fanatismo religioso e del nazionalismo radicale, l’idea stessa di Israele come Stato laico, democratico, civile.

Quella idea, oggi, è ferita a morte. Non da Hamas. Non dall’antisemitismo internazionale. Ma da chi governa Israele in nome di Dio, della forza e della paura. La Knesset, votando la pena di morte, non ha mostrato forza. Ha mostrato cedimento. Ha mostrato debolezza morale. Ha mostrato che il potere, quando smette di credere nel diritto, cerca rifugio nella morte. Ha mostrato di essere per se stesso un nemico peggiore di Hamas. Uno Stato che cerca rifugio nella morte non si salva, si perde.

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