di Graziamaria Baracchi
“Lungo la strada principale che taglia la foresta è indispensabile proseguire a piedi, per circa sei ore, attraverso un viottolino sterrato fino ad essere circondati dalla straripante vegetazione. Al villaggio si può nuovamente calpestare la terra battuta.
La gente si trova bene qui nella giungla. Il nostro villaggio Karen raccoglie le famiglie l’una accanto all’altra. Non ci piace vivere in città .” Le parole tra virgolette sono di Kula, contadino di 47 anni che ricorda così gli eccidi dell’esercito della ex capitale di Yangon.
Tra Thailandia e Myanmar (Birmania) c’è un confine sottile che divide un’ immensa foresta dove vive il popolo Karen. Il gruppo etnico ottenne l’indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1948. L’anno prima il presidente Aung San, padre della più conosciuta premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi , aveva firmato con i capi delle più grandi etnie che vivevano nel paese, il Trattato di Planglong, che offriva a ciascun popolo la possibilità di scegliere il proprio destino politico e sociale. Questo trattato non è stato rispettato a seguito del colpo di stato e all’uccisione di Aung San. Iniziò così il conflitto più lungo e dimenticato del mondo.
“I soldati piombarono nel nostro villaggio in piena notte e cominciarono a sparare contro chiunque. Fui costretto a fuggire e con i miei cinque bambini abbiamo camminato per dieci giorni oltrepassando il fiume prima di arrivare in Thailandia. Non avevamo le scarpe. Allo scendere del buio scendeva anche la temperatura e l’umidità della giungla ci penetrava nelle ossa”.
Da quel giorno il popolo Karen ha iniziato a combattere e lo fa ancora oggi. Si batte per la difesa della propria identità e per il diritto di vivere in quelle terre appartenute ai propri avi mentre la giunta militare della capitale, oggi Naypyidaw, continua a tenere la popolazione sotto costante minaccia dell’annientamento etnico.
“Sono sposato, ma mia moglie e i miei figli stanno nel campo profughi thailandese di Umpiem. Quando vinceremo la nostra guerra, potremo essere finalmente liberi di vivere insieme nel nostro Stato. Siamo molto fieri della nostra cultura e siamo ispirati dalla nostra storia.
Questa situazione di costante pressione è alleviata dal volontariato internazionale che ha organizzato per noi dei presidi educativi e sanitari nel territorio”. Anni di conflitto hanno portato ad importanti sfollamenti interni e centinaia di migliaia di Karen sono fuggiti nei campi profughi al confine con la Thailandia.
Dal successo delle elezioni 2015 era iniziato un graduale processo di democratizzazione ma la situazione si è nuovamente fermata dopo il golpe del febbraio 2021, da quando il capo di stato maggiore Min Aung Hlaing ha nuovamente posto in prigionia Aung San Suu Kyi e molti altri esponenti del suo partito.
“Sono consapevole che i miei figli hanno vissuto in condizioni di disagio ma nel contempo hanno studiato il Thailandese per non essere sfruttati in una delle sconfinate piantagioni di alberi di cauciù che negli ultimi decenni hanno devastato la giungla. Oggi noi Karen siamo apolidi quindi invisibili e senza diritti e possiamo esistere legalmente soltanto una volta registrati nel sistema del paese”.
L’arma più potente contro lo sfruttamento per i bambini Karen è lo studio della lingua Thailandese che molti di loro non parlano ed è indispensabile per accedere alle scuole statali scongiurando così il rischio di ritrovarsi schiavizzati nelle fabbriche o stuprati nei bordelli thailandesi.
“Quando si ammalava un bambino per pagare l’ospedale si ricorreva agli strozzini, i quali avvertivano i trafficanti di esseri umani che chiedevano al capo famiglia un figlio o una figlia per instradarlo verso la prostituzione o imbarcarlo come mozzo a bordo di un peschereccio”.
Il traffico di esseri umani è una attività molto lucrosa alla quale si dice prendano parte anche membri dell’esercito della polizia e delle autorità locali e dove un bambino vale una fortuna poiché puoi farlo lavorare quindici ore al giorno, sette giorni su sette, senza mai concedergli un solo centesimo.
“Non abbiamo documenti che ci possano identificare e ciò significa che non possiamo acquistare le nostre case e la terra che già lavoriamo. Le autorità potrebbero sfrattarci da un giorno all’altro e così siamo condannati a vivere per sempre nella miseria. I nostri territori sono ricchi di risorse naturali che noi non siamo disposti a far sfruttare selvaggiamente dalle grandi multinazionali. Per questo vogliono eliminarci».
Il popolo resiste alla repressione realizzando una casta di guerrieri che si è fatta carico dei problemi della comunità. Un conflitto che viene definito a bassa intensità. Sono uomini della foresta, resistono per caratteristiche genetiche e spirituali. Fino ad ora la guerra ha causato migliaia di cicatrici nella vita di queste persone mentre diversi porteranno i segni indelebili delle mine antiuomo con cui l’esercito e il governo centrale ha reso impenetrabile la foresta.
La motivazione del conflitto è soprattutto economica. I generali al potere stanno cercando di avere il controllo dei territori per l’interesse sulle ricche risorse naturali quali legname, gas, pietre preziose, oro che le zone offrono.
“Se vogliamo vincere la nostra rivoluzione dobbiamo stare nel nostro territorio non andare fuori ma stare dentro i confini per smettere di dipendere dalla Thailandia. Le nostre foreste, le montagne, le pianure e i fiumi sono il nostro rifugio, la casa dei nostri spiriti protettori, la nostra farmacia, le nostre fonti di cibo e i luoghi in cui troviamo conforto e tranquillità. Sono le fondamenta della nostra cultura”.
Terra dei puri è il nome tradizionale con cui i Karen chiamano il loro territorio. Hanno una visione etica del mondo e della vita che è difficile trovare in altre popolazioni. Rifiutano qualsiasi cosa che possa essere considerata male. Non chiedono ricchezze, non chiedono telefonini o una rete televisiva del loro paese ma semplicemente continuare ad adorare il vento che entra nelle canne di bambù e parla agli animisti ma pure salvare i loro figli dal laido mercato dello sfruttamento sessuale del confinante stato thailandese e continuare a parlare la loro lingua.


