Per secoli Isfahān è stata una città resa possibile dall’acqua. Il fiume, i ponti, i giardini, le colture ai margini urbani, i quartieri cresciuti dentro un’oasi artificiale ne hanno definito la misura concreta: non una fortezza astratta, ma un grande organismo civile e agricolo, prospero finché l’acqua ha continuato a circolare.
Fino a pochi giorni prima degli attacchi, un abitante di Isfahān viveva in una città già logorata dalla crisi idrica e dalla pressione economica, ma ancora riconoscibile nelle sue abitudini: il fiume, i ponti, il lavoro, il mercato, i margini agricoli.
Dopo gli attacchi, la stessa città resta abitata ma diventa meno prevedibile: alla fatica ordinaria si aggiungono l’esplosione, il bersaglio, la zona interdetta, il timore che un sito industriale o strategico vicino trasformi una giornata normale in un’emergenza.
Isfahān cambia ruolo quando la guerra smette di interrogarsi soltanto su ciò che l’Iran può ancora produrre e comincia a concentrarsi su ciò che può ancora conservare. Dopo gli attacchi ai grandi impianti di arricchimento, il centro della contesa non è più soltanto la capacità tecnica del programma nucleare, ma la sorte del materiale già arricchito.
In questo passaggio Isfahān emerge come luogo decisivo: non perché riassuma da sola l’intero programma atomico iraniano, ma perché attorno ai suoi impianti e ai suoi tunnel si concentra una parte rilevante dello stock che mantiene aperta la questione.
L’IAEA ha confermato che prima dei raid l’Iran aveva 440,9 kg di uranio arricchito al 60%, e Rafael Grossi ha detto che oltre 200 kg erano con ogni probabilità custoditi nel complesso di tunnel di Isfahān, che sembra aver resistito meglio di altri siti.
La città entra così nel cuore dello scontro non come simbolo astratto, ma come punto in cui si incrociano tre questioni concrete: dove si trovi l’uranio, chi possa verificarlo, chi possa rivendicarne il controllo.
Da quel momento una città dell’interno, fino ad allora percepita soprattutto per la sua vita civile e industriale, diventa uno dei luoghi in cui si misura se la guerra abbia davvero chiuso il dossier nucleare iraniano o ne abbia soltanto cambiato forma.
Ma proprio questo spostamento produce anche un problema nuovo. Se la posta non è più soltanto distruggere gli impianti, ma controllare la sorte del materiale già arricchito, la guerra non può più essere pensata soltanto come una guerra di bombardamenti.
Il problema dell’uranio apre una domanda ulteriore: se non basta colpire dall’alto, chi entra sul terreno, in quale cornice operativa, e per ottenere quale risultato.

La risposta prende la forma del blitz americano di tre giorni fa. Tutto comincia con l’abbattimento di un F-15E americano in Iran. I due uomini a bordo si eiettano; uno viene recuperato quasi subito, l’altro resta isolato in territorio ostile.
Per riportarlo indietro, gli Stati Uniti lanciano una missione di recupero in profondità, con forze speciali e mezzi da trasporto; durante l’operazione due MC-130 restano inutilizzabili e vengono distrutti sul posto per non lasciarli agli iraniani. Il secondo aviatore viene infine salvato. Questo, nella versione americana, è il fatto essenziale del blitz.
Ma a Isfahān, ormai, nessuna operazione americana ha un solo significato. Per Washington il blitz resta una missione di salvataggio. Per molti osservatori, invece, vale anche come dimostrazione pratica di qualcos’altro: la capacità degli Stati Uniti di entrare nell’area più sensibile del dossier nucleare iraniano, operarvi e uscirne.
Non prova che l’obiettivo fosse già l’uranio. Mostra però che, se il problema non è più soltanto colpire gli impianti ma decidere la sorte del materiale che i bombardamenti non hanno distrutto, l’accesso diretto non appartiene più soltanto al campo delle ipotesi.
Reuters riferisce che molto di quel materiale resta ritenuto a Isfahān, mentre nelle settimane precedenti erano circolate indiscrezioni su piani americani per recuperare o forzare la consegna dell’uranio arricchito.
Ed è qui che la storia non finisce con il blitz, ma ricomincia. Oggi il punto non è più se il pilota sia stato salvato: lo è stato. Il punto è che cosa succederà all’uranio. Gli Stati Uniti sostengono che Teheran abbia indicato disponibilità a consegnarlo e il Pentagono dice di monitorarlo e si riserva altre opzioni.
Israele insiste che dovrà essere rimosso “con un accordo o con la forza”. Dall’altra parte, l’Iran continua a difendere il principio dell’arricchimento come diritto sovrano. In mezzo, l’IAEA resta l’unico soggetto che possa trasformare lo scontro in una procedura: inventariare, verificare, sigillare, supervisionare.
L’esito più plausibile, allo stato delle cose, non sembra né un’immediata restituzione del pieno controllo all’Iran né un sequestro americano in stile commando. Più probabile appare una forma di controllo negoziato: uranio non ancora portato via, ma neppure lasciato del tutto nella disponibilità iraniana.
Materiale sorvegliato, contabilizzato, forse progressivamente preso in consegna sotto pressione americana e con una copertura internazionale. Se questa ipotesi reggerà, Isfahān smetterà di essere soltanto il luogo dove la guerra ha colpito. Diventerà il luogo dove si deciderà chi, davvero, possiede ciò che la guerra non è riuscita a distruggere.



