Mentre l’attenzione pubblica continua a posarsi quasi esclusivamente sul fronte visibile della guerra — i raid, le ritorsioni, la minaccia su Hormuz, il lessico ormai automatico dell’escalation — una parte decisiva della partita si sta giocando altrove. Non a Teheran, non a Tel Aviv, non nei cieli del Golfo, ma nelle capitali che la guerra la osservano senza entrarvi davvero.
Russia e Cina, i due grandi partner strategici dell’Iran, non stanno offrendo a Teheran un sostegno militare paragonabile al peso politico che per anni è stato attribuito al loro rapporto con la Repubblica islamica.
E tuttavia sarebbe un errore leggerne la prudenza come irrilevanza. Mosca e Pechino non sono affatto fuori scena: stanno amministrando la crisi, ciascuna secondo la propria convenienza, economica prima ancora che geopolitica.
È questo, forse, il punto meno battuto dalla grande stampa occidentale, troppo impegnata a inseguire la cronaca minuto per minuto. La guerra dell’Iran non sta soltanto misurando la capacità di resistenza di Teheran o la tenuta del dispositivo militare americano-israeliano. Sta verificando, con una crudezza che la retorica multipolare aveva fin qui schermato, il valore reale delle amicizie strategiche dell’Iran.
In altre parole: quando la crisi sale davvero di livello, cosa fanno gli amici? La risposta, per ora, è meno enfatica di quanto suggerissero gli slogan sull’asse anti-occidentale. Russia e Cina non abbandonano Teheran, ma non la coprono; non rompono con l’Iran, ma non convertono la vicinanza politica in protezione effettiva.
Per comprendere il senso di questa postura bisogna spostare subito il baricentro del ragionamento dalla solidarietà dichiarata al tornaconto misurabile. La domanda corretta non è semplicemente chi stia con l’Iran e chi contro l’Iran. La domanda è: quanto vale l’Iran, in questa guerra, per le strategie altrui? Per Mosca il conflitto vale come moltiplicatore di rendita energetica e come occasione di ritorno diplomatico.
Per Pechino vale come stress test sulle catene di approvvigionamento e come occasione per ribadire una postura da grande potenza responsabile, prudente, stabilizzatrice, ma senza assumersi i costi di un coinvolgimento diretto. Da qui deriva la loro apparente passività: non un’assenza, ma una forma più fredda e sofisticata di presenza.
La Russia, innanzitutto. Mosca non sta trasformando il rapporto con Teheran in un ombrello strategico capace di modificare il corso militare del conflitto. Si propone come mediatrice, mantiene aperti i canali, condanna l’allargamento della guerra, ma evita accuratamente il salto di qualità che farebbe della solidarietà politica un impegno militare sostanziale. Eppure la guerra la favorisce.
L’impennata dei prezzi dell’energia innescata dal conflitto ha restituito centralità al tema della sicurezza degli approvvigionamenti e ha persino spinto Washington a valutare un allentamento delle sanzioni sul petrolio russo per raffreddare il mercato; nello stesso quadro, Vladimir Putin ha dichiarato che la crisi energetica “è arrivata” e che la Russia è pronta a tornare a lavorare con l’Europa sul piano energetico. È una situazione quasi didascalica: l’Iran viene colpito, ma il barile russo recupera peso.
Il significato politico di questo passaggio è notevole. Mosca non sta salvando Teheran: sta monetizzando la crisi di Teheran. L’instabilità del Golfo alza i prezzi, riporta in primo piano il tema del gas e del petrolio, costringe mercati e governi a ripensare gerarchie che parevano consolidate. Per un Paese che da anni vive sotto sanzioni occidentali e che ha dovuto reindirizzare gran parte del proprio export energetico verso l’Asia, una simile torsione del mercato ha un valore strategico immediato.
Putin, infatti, non si è limitato a descrivere la situazione: ha invitato le imprese russe a cogliere le opportunità aperte dalla crisi. Il che dice molto della natura del rapporto di Mosca con questa guerra. Non una fratellanza militante con l’Iran, ma una rendita di sistema ottenuta grazie al caos.
Non meno interessante è la seconda faccia della postura russa: la mediazione. Il Cremlino prova a occupare lo spazio dell’attore razionale capace di parlare con tutti. Reuters ha riferito che Putin si è detto pronto a trasmettere ai dirigenti iraniani le preoccupazioni dei Paesi arabi del Golfo per gli attacchi alle infrastrutture energetiche.
Anche qui la logica è duplice: non impegnarsi direttamente e tuttavia presentarsi come potenza indispensabile nel governo della crisi. In tal modo Mosca prova a incassare su due tavoli simultaneamente: quello dei mercati e quello del prestigio diplomatico. L’Iran combatte; la Russia contabilizza e si accredita.
Se la Russia sfrutta il disordine, la Cina prova invece ad assorbirlo. Ed è probabilmente qui che si trova la parte economicamente più raffinata dell’intera vicenda. Reuters ha scritto che i raffinatori cinesi dispongono di sufficienti volumi in arrivo da Iran e Russia per reggere, almeno nel breve periodo, le turbolenze del conflitto; la Cina, inoltre, può contare su circa 900 milioni di barili nelle riserve strategiche, pari a circa 78 giorni di importazioni.
Nello stesso quadro, dall’inizio dell’anno l’11,5% delle importazioni marittime di greggio della Cina proveniva dall’Iran, mentre il 10,5% arrivava dalla Russia. Questi dati spiegano da soli il carattere della posizione cinese: Pechino non può permettersi di rompere con Teheran, ma non intende nemmeno legare la propria sicurezza economica all’avventura militare iraniana.
La Cina, dunque, non “abbandona” l’Iran; lo utilizza come parte di un sistema di compensazione più vasto, nel quale il greggio iraniano scontato e quello russo a prezzi competitivi funzionano da cuscinetto contro lo shock. Non è una relazione ideologica, ma una relazione di utilità.
In altre parole, Pechino mantiene il legame energetico con Teheran proprio mentre si guarda bene dal tradurlo in protezione militare. Ed è un passaggio rivelatore: una grande potenza commerciale difende prima di tutto il proprio metabolismo economico. L’amicizia strategica resta, ma entro limiti rigorosamente subordinati alla stabilità interna cinese.
A conferma di ciò, secondo le agenzie stampa internazionali, Pechino ha chiesto ai raffinatori di sospendere la firma di nuovi contratti di esportazione di carburanti e di provare a cancellare alcune spedizioni già concordate, proprio per tutelare il mercato domestico in un quadro di tensione petrolifera. In parallelo, alcune raffinerie hanno anticipato manutenzioni o ridotto la lavorazione.
È una mossa istruttiva: la Cina non corre in soccorso dell’Iran, ma mette in sicurezza sé stessa. La guerra, per Pechino, non è il luogo dell’eroismo alleato; è il luogo della gestione amministrata del rischio. Il petrolio iraniano e russo non viene usato per difendere Teheran, ma per schermare la Cina dai contraccolpi di Teheran.
Questo atteggiamento trova una perfetta corrispondenza anche nel linguaggio ufficiale cinese. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha chiesto l’immediata cessazione delle ostilità, il rispetto della sovranità, della sicurezza e dell’integrità territoriale dell’Iran e degli Stati del Golfo, il rifiuto dell’abuso della forza e la non interferenza negli affari interni, aggiungendo un passaggio molto significativo contro il regime change e contro le “color revolutions”.
Siamo davanti a una formula diplomatica attentamente calibrata: forte condanna politica della guerra, nessuna disponibilità a un’escalation in nome dell’alleanza, piena coerenza con la dottrina cinese dell’ordine internazionale fondata su sovranità e stabilità. Pechino vuole apparire come il polo della razionalità, non come il socio di combattimento dell’Iran.

A questo punto il quadro economico e politico comincia a chiarirsi. Mosca sfrutta il rincaro e si riposiziona come attore energetico e diplomatico; Pechino ammortizza lo shock, protegge il proprio mercato interno, continua a beneficiare del greggio iraniano e russo e contemporaneamente si accredita come potenza responsabile.
Nessuna delle due, però, compie il passo che la retorica dell’asse anti-occidentale avrebbe fatto immaginare. Non si espongono. Non si legano mani e piedi al destino di Teheran. Non convertono l’interdipendenza in garanzia. La guerra sta dunque mostrando non soltanto la forza dei loro interessi, ma anche il limite delle loro alleanze.
C’è poi un altro livello, che merita spazio proprio perché in Italia viene quasi sempre sacrificato: il livello del racconto mediatico interno russo e cinese, cioè il modo in cui Mosca e Pechino rispondono alla nostra propaganda con una propaganda speculare, ma non identica.
Nel sistema mediatico russo, TASS ha rilanciato titoli come “Iran derails US-Israeli plans while Middle East conflict boosts oil and gold”, dove la chiave interpretativa è duplice e trasparente: l’Iran non crolla come sperato dall’Occidente, e il conflitto certifica il ritorno di variabili — petrolio, oro, instabilità — su cui la Russia può riacquistare centralità. La guerra, vista da Mosca, non è il teatro di una tragedia regionale; è il luogo in cui il piano americano-israeliano si inceppa e il peso russo torna visibile.
Allo stesso modo, la narrativa russa insiste sulla disponibilità di Mosca a fare da mediatrice fra Iran e Stati Uniti, costruendo l’immagine di una potenza equilibratrice. L’effetto comunicativo è evidente: il conflitto serve a rappresentare la Russia non come parte del problema, ma come attore che il problema può contenerlo.
In questo schema, l’Occidente agisce e destabilizza; la Russia osserva, comprende, media. È un ribaltamento discorsivo molto utile al Cremlino, soprattutto perché si appoggia a un dato reale — l’importanza energetica russa in un mercato scosso — e lo trasforma in superiorità narrativa.
Nel sistema mediatico cinese la costruzione è diversa, ma altrettanto leggibile. Xinhua ha insistito su cornici come “Strikes on Iran expose transatlantic rift, raise economic risks for Europe” e ha dedicato ampio spazio agli effetti della guerra su prezzi energetici, mercati, sicurezza economica europea e divisioni interne al campo occidentale.
Qui il centro non è tanto l’Iran in sé, quanto il costo sistemico della guerra per l’Occidente e la conferma di una tesi cara a Pechino: gli Stati Uniti destabilizzano, l’Europa paga, la Cina invoca prudenza e legalità internazionale. È una narrativa meno muscolare di quella russa e più “civilizzatrice”, ma non meno strategica.
Questo scarto è importante. La Russia racconta la guerra per certificare il ritorno della propria indispensabilità; la Cina la racconta per certificare l’irresponsabilità altrui e il costo economico dell’avventurismo occidentale. Mosca fa della crisi un moltiplicatore della propria forza percepita. Pechino la trasforma in una lezione globale sulla necessità di ordine, sovranità e sviluppo.
Entrambe, però, ottengono lo stesso risultato: spostano il fuoco dalla vulnerabilità dell’Iran alla vulnerabilità dell’Occidente. Il lettore europeo, abituato a vedere la propaganda soltanto nella versione avversaria più scoperta, farebbe bene a cogliere anche questa dimensione: non c’è soltanto una guerra di missili, c’è una guerra di cornici interpretative.
È a questo punto che il discorso deve allargarsi ai BRICS. Per anni il gruppo è stato descritto, soprattutto in Occidente ma anche da molti suoi sostenitori, come il nucleo di una possibile alleanza anti-occidentale, la prefigurazione di un ordine alternativo, il primo laboratorio di un multipolarismo organizzato. La guerra in Iran, però, costringe a verificare quanta sostanza abbia davvero questa immagine. E il responso, almeno finora, è sobrio.
I BRICS non stanno parlando con una voce sola. Sotto la presidenza indiana del 2026 non si è vista una reazione collettiva forte, compatta, univoca, tale da corroborare l’idea di un blocco politico omogeneo. Al contrario, la crisi iraniana sta mettendo in luce le differenze di interessi, di esposizione e di linguaggio fra i membri e i partner del gruppo allargato.
Il Brasile ha condannato gli attacchi contro l’Iran, parlando di grave preoccupazione e richiamando il rispetto del diritto internazionale. Il Sudafrica si è detto disponibile a svolgere un ruolo di mediazione qualora richiesto.
L’India, invece, ha mantenuto una posizione sensibilmente più prudente, parlando di “grande ansia” per gli sviluppi nel Golfo e ribadendo la necessità di dialogo e diplomazia, in una postura coerente con la sua tradizionale cautela fra rapporti storici con l’Iran e relazioni strategiche con Israele e con gli Stati Uniti. Non si tratta di differenze marginali: sono differenze che impediscono di leggere il gruppo come un fronte coeso.
E la difficoltà aumenta ancora se si guarda alla costellazione BRICS allargata. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, che gravitano nella nuova architettura del gruppo, non possono essere assimilati senza residui alla posizione iraniana: sono attori direttamente esposti alla destabilizzazione regionale, preoccupati soprattutto per la sicurezza delle proprie infrastrutture, dei flussi commerciali, dei porti, delle rotte aeree e delle economie nazionali.
La guerra, per loro, non è il banco di prova di una solidarietà ideologica con Teheran, ma una minaccia concreta al proprio ordine interno e al proprio modello di sviluppo. Anche questo rende impropria la rappresentazione dei BRICS come di una Nato rovesciata.
Da questo punto di vista, la guerra dell’Iran sta facendo affiorare un dato che probabilmente era già vero, ma che la propaganda di tutti gli schieramenti tendeva a coprire. I BRICS non sono un’alleanza militare, né un blocco politico uniforme. Sono, molto più realisticamente, una geometria variabile di potenze che convergono contro alcuni assetti dell’ordine occidentale, ma che divergono non appena il costo della convergenza diventa troppo alto o troppo concreto.
La loro forza è reale, ma non è quella della compattezza. È quella della massa, della somma di interessi, del peso cumulativo. Quando però uno dei nodi entra davvero nel fuoco della storia, come sta accadendo all’Iran, i limiti di quella convergenza diventano visibili.
La guerra in corso, in conclusione, non sta soltanto mostrando la vulnerabilità dell’Iran. Sta misurando il prezzo reale dell’amicizia strategica nel mondo multipolare. Mosca e Pechino non sono assenti, ma la loro presenza è quella di chi usa la crisi più di quanto la condivida. La Russia incassa sul piano energetico e diplomatico.
La Cina si copre sul piano economico e si accredita sul piano normativo. I BRICS, nel loro complesso, non si dissolvono, ma non si compattano. L’altra parte del mondo, insomma, non appare come un fronte pronto a combattere insieme: appare piuttosto come una costellazione di interessi che convergono finché conviene. Quando il costo sale, ognuno torna a contare i propri margini.



