di Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera
Il 13 e il 14 febbraio, ad Addis Abeba, si svolgerà il secondo vertice Italia-Africa, da parte governativa presentato come «nuova tappa dell’impegno italiano volto a promuovere un partenariato politico ed economico strutturato con le Nazioni africane (…) secondo gli assi strategici del Piano Mattei»1. Ossia di quello che, ufficialmente, viene descritto come «piano di interesse nazionale varato dal Governo italiano con l’obiettivo di imprimere un cambio di paradigma nei rapporti con il Continente africano e costruire partenariati su base paritaria»2. Se non sarà facile cogliere al volo tutti gli effetti di questo appuntamento, qualcosa in più si potrà dire sulla strategia comunicativa che lo accompagna. Replicherà i trionfalismi del lancio del suddetto Piano, avvenuto a Roma nei giorni 29 e 30 gennaio 2024? Vedremo. È indubbio che, al riguardo, si sia subito sviluppata una forte retorica, atta ad accreditare l’idea di un veicolo per il rilancio internazionale dell’Italia. Del resto, lo stesso richiamo al fondatore dell’Eni fa tornare in mente una stagione di grandi ambizioni, nella politica energetica come in quella internazionale.
Invero, qua e là qualche voce dissonante si è sentita, anche in ambiti ai confini dell’ufficiosità. In sostanza, alcuni si sono spinti a sottolineare la differenza tra le ambizioni strategiche e la realtà. I riconoscimenti, però, non sono mancati e spesso hanno investito direttamente la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. A tratti, poi, si è palesato un atteggiamento intermedio, volto a porre problemi senza darlo troppo a vedere.
È il caso di un position paper pubblicato nell’agosto 2024, e redatto dai think thank che compongono la “Comunità Italiana di Politica Estera”3. In esso non si evitano del tutto le lusinghe, anzi ci si esprime nei seguenti termini: «Nessun capo del governo italiano, dal dopoguerra, ha mai investito politicamente sull’Africa in maniera tanto esplicita e diretta quanto sta facendo la Premier Giorgia Meloni con il Piano Mattei»4. Tuttavia, le considerazioni successive collocano queste parole in una tattica risaputa: quella di blandire per far sì che i propri consigli vengano ascoltati.
Infatti, nonostante la cornice celebrativa, il documento in questione segnala più di un limite. Si pensi alle notazioni riguardanti la scelta dei nove paesi interessati dai progetti pilota. È vero: già presentando il Piano il 29 gennaio 2024, nel discorso inaugurale della prima Conferenza Italia-Africa, la Presidente del Consiglio ha riferito della possibilità di riprodurre le esperienze di successo in altri paesi africani. E, come andremo a vedere, sembra che entro certi limiti ciò stia avvenendo. Tuttavia, l’indicazione dei nove paesi d’avvio del Piano rimane oltremodo indicativa. In merito, i think thank hanno registrato uno «sbilanciamento sul versante nord: 4 Paesi su 5 in Nord Africa, con la Libia come unica eccezione, mentre quelli subsahariani sono 5 su 49»5. Per la precisione, gli Stati interessati sono: Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Costa d’Avorio, Repubblica del Congo, Mozambico, Kenya ed Etiopia. E il position paper lo evidenzia: uno solo, la Costa d’Avorio, appartiene all’Africa Occidentale, ossia a «un’area chiave per origine e transito dei migranti, oltre che per rischi di sicurezza e stabilità, alla quale non a caso appartengono tutte e cinque le nuove ambasciate aperte dall’Italia in Africa nel corso del 2018-23»6.
In verità, lo scritto si mantiene sul terreno della constatazione, evitando di colpevolizzare chi ha presentato il Piano. Però è interessante il modo in cui spiega la scelta dei paesi interlocutori. Se da un lato «sembra in parte pesare l’esistenza o la natura degli interventi pilota, una preferenza che bene rispecchia l’idea di una logica incrementale che prenda le mosse da progetti “concreti” dall’“impatto immediato”»7, dall’altro si sottolinea che «Con la sola eccezione dell’Etiopia, in tutti questi Paesi opera ENI, a più riprese coinvolta in anni recenti nella promozione dei rapporti tra Italia e alcuni Paesi africani»8.
Dunque, qui abbiamo un’ulteriore conferma del peso decisivo, nella politica estera italiana, di questa multinazionale del settore energetico. Del resto, si sta parlando d’uno dei pochi colossi economici nostrani. Però, il fatto che l’Eni incida in questi termini non potrebbe essere un segno della debolezza italiana? Non c’è dubbio: anche in altri paesi capitalistici le multinazionali cercano di sospingere la politica estera in una determinata direzione. Ma, dato che spesso si tratta di una pluralità di soggetti, la dinamica che si determina risulta differente. I governi di riferimento non si limitano al ruolo di esecutori di volontà esterne, ma cercano di comporre in un unico disegno le istanze di vari giganti imprenditoriali. Qui, invece, pare che di soggetti d’un certo peso ve ne sia solo uno, per giunta impegnato ad anticipare l’azione dell’Esecutivo pure sul piano diplomatico (il suo ancoraggio allo Stato italiano – e il fatto che il Ministero dell’Economia e delle Finanze ne sia tuttora l’azionista di controllo – non ci sembrano giustificare tale funzione).
Naturalmente i think thank non si esprimono in questi termini: si limitano ad accennare le questioni e lasciano che i più accorti leggano tra le righe. Altri si sono impegnati a cantarle chiare all’Esecutivo. È il caso de il Post che, proprio nei giorni di presentazione del Piano, ne ha evidenziato le carenze in relazione agli obiettivi perseguiti, così elencati: «l’interesse a promuovere investimenti redditizi per le grandi aziende pubbliche e private in Italia; la necessità di garantirsi un approvvigionamento energetico sicuro, dopo la sospensione degli accordi commerciali con la Russia sul gas: l’obiettivo di controllare le rotte migratorie e ridurre gli sbarchi (…); il tentativo di guadagnare qualcosa sul piano del prestigio e della centralità internazionali»9.
Come s’è accennato, sin dal principio tali finalità sono state accompagnate da una precisa strategia comunicativa. Tesa sia a sottolineare la rinascita della politica estera italiana sia a ribadire la volontà di creare vantaggi reciproci, nel superamento di qualsiasi logica predatoria e neocolonialista. In sostanza, s’è cercato di evocare una radicale lontananza dalle modalità con cui la Francia ha sempre condotto il suo intervento in Africa. Del resto, negli ultimi anni il continente in questione ha visto una progressiva perdita di peso di Parigi. Per dire, le forze militari d’oltralpe sono state espulse da diversi Stati dell’Africa Occidentale, desiderosi di allentare i rapporti con un partner a dir poco ingombrante. Dunque, da parte italiana era normale rivendicare una filosofia differente da quella che ha causato il declino dell’Esagono.
Senonché sotto questo profilo si è subito commesso un errore, che va ben oltre il bon ton istituzionale. Lo ha sottolineato Moussa Faki Mahmat, odierno Presidente della Commissione dell’Unione Africana, proprio intervenendo al primo vertice Italia-Africa. A suo avviso, prima di partire con il Piano Mattei l’Italia avrebbe dovuto consultare gli Stati africani. Poiché tale passaggio non si è dato, le declamazioni italiane circa la ricerca di rapporti paritari hanno perso parte della propria credibilità.
Mancanza di organicità
Ovviamente, il Post non insiste su questo terreno; più caro a chi, come noi, rifiuta qualsiasi rigurgito di mentalità coloniale. Tornando sul Piano, però, ne evidenzia ulteriori lacune. Non individuandovi una strategia complessiva, lo riduce a insieme «di singoli progetti di cooperazione e sviluppo che possono avere un certo impatto sull’economia di alcune aree, garantendo probabilmente buone ricadute sull’occupazione locale e sul progresso tecnologico di quelle aree»10. Dunque, nulla di veramente organico. Inoltre, soggiungiamo noi, qualcosa si potrebbe eccepire pure sul piano delle ricadute locali. Per dire: siamo sicuri che, in Africa, le imprese nostrane cerchino qualcosa di diverso dalla manodopera a basso costo? Da anni impegnate, da noi, nella diffusione del lavoro povero, è improbabile che superino questa logica in paesi in cui, si pensi in particolare all’Egitto e alla Tunisia11, lo sfruttamento incontra ben pochi limiti.
Insomma, pare difficile che il Piano Mattei vincoli il padronato italiano alla diffusione della cosiddetta occupazione di qualità. Quanto al progresso tecnologico, è ben noto che esso non passi per la mera introduzione, in un luogo, di strutture avanzate. Affinché ciò si traduca in un vantaggio permanente, va favorita la creazione di un personale in grado di utilizzarle al meglio. Al riguardo, i segnali sono ancora pochi. Per dire, nel luglio del 2025 l’Italia e l’Algeria hanno firmato un «protocollo d’intesa per rafforzare la cooperazione nella formazione, nella ricerca e nell’innovazione in ambito agricolo e agroalimentare»12. All’interno di tale accordo, si «prevede la creazione di un polo d’eccellenza per la formazione professionale in ambito agricolo», che «sarà dedicato alla memoria di Enrico Mattei»13. Ovviamente, per esprimersi su tale progetto occorrerà verificarne la concreta attuazione. In ogni caso, al momento si tratta di un’esperienza isolata. Ma torniamo al carattere disorganico del Piano. A detta de il Post, quel che è stato annunciato con enfasi dal Governo italiano finisce per coincidere con ciò che «senza grande clamore stanno già facendo gli altri Stati europei»14. I quali, pur non sbandierando svolte epocali nella politica internazionale, talvolta aumentano vistosamente gli investimenti.
Insomma, da parte governativa si ostenta una capacità d’incidere maggiore di quella posseduta. Mentre permane l’impressione che, in questa presunta svolta della politica estera italiana, ben poco vi sia di pianificato. D’altra parte, il passaggio preliminare alla presentazione pubblica di fine gennaio 2024 è stato il D.L. 161/2023, poi convertito in una Legge (L. 2/2024) che si risolve in sette articoli. E che inevitabilmente, vista la sua natura, tradisce genericità circa gli obiettivi strategici perseguiti. Evocando qualcosa di serio e articolato in soli tre articoli: il 2, che istituisce la Cabina di Regia, il 3 che della stessa delinea le mansioni e il 4, volto a definire la Struttura di Missione.
Quest’ultima la nomineremo ancora, dunque non è sbagliato evidenziare uno dei suoi compiti, ovvero il «supporto al Presidente del Consiglio dei ministri per l’esercizio delle funzioni di indirizzo e coordinamento dell’azione strategica del Governo relativamente all’attuazione del Piano Mattei e ai suoi aggiornamenti»15. Il che può finalmente suggerire l’idea di una salda organizzazione. Tuttavia, la momentanea impressione di grandezza si stempera presto. Soprattutto se si considera che gli investimenti del Piano Mattei non superano i 5,5 miliardi in 4 anni. Una dotazione finanziaria che non sembra poter condurre a un forte ruolo italiano nel continente.
L’aggancio europeo
Non casualmente, nel già citato documento dei think thank tra i vari suggerimenti vi è quello di agganciarsi il più possibile all’Unione Europea e alle sue politiche di investimento in Africa. I pensatoi nostrani di politica internazionale invitano infatti l’esecutivo a «delineare i contorni e le modalità di un’effettiva connessione del Piano con le maggiori iniziative europee in questo ambito, in particolare il Global Gateway, essenziale per mobilitare investimenti su larga scala che rafforzino le economie africane»16.
Già, il Global Gateway Africa – Europe Investment Package: delineato dalla Commissione Europea, questo appare di ben altra consistenza e – almeno potenziale – incidenza. Esso, infatti, «andrà a mobilitare fino a 150 miliardi di euro di investimenti nel continente africano», perseguendo ufficialmente i seguenti obiettivi: «accelerare la transizione energetica e digitale, favorire una crescita sostenibile e l’occupazione, migliorare i sistemi sanitari, così come l’educazione»17. Va segnalato che tale descrizione, rapida ma efficace, si ritrova sul sito della Assolombarda e in particolare nel link relativo a un incontro svoltosi a Milano il 22 Giugno 2023. Tale passaggio, oltre a descrivere l’ambizioso piano, era volto anche a illustrare «le modalità con le quali le aziende italiane possono interagire con le istituzioni (europee e nazionali) per approfondire le proprie conoscenze sul Global Gateway for Africa»18.
Allora il Piano Mattei non era che un vago annuncio, ma già una parte del tessuto imprenditoriale nostrano guardava con interesse all’Africa e ai movimenti dell’Ue in questo continente ricco di risorse. Ciò suggerisce che l’istanza di un raccordo tra le ambizioni italiane e il progetto europeo sia venuta, oltre che dai think thank,anche dalle imprese, desiderose di crearsi nuove opportunità. Presto, infatti, il Governo ha manifestato la volontà di saldare il proprio progetto a quello europeo, nella consapevolezza – ovviamente non dichiarata – dei limiti d’azione del nostro paese. Ad esempio, a fine marzo 2025 l’Italia e l’Ue hanno organizzato assieme un evento di alto profilo tecnico, che «ha riunito oltre 400 partecipanti, tra cui alti funzionari del governo italiano, dell’UE, delle nazioni africane, degli Stati Uniti, leader del settore privato e rappresentanti di organizzazioni internazionali»19. Nel relativo comunicato stampa, il Piano Mattei e il Global Gateway vengono definiti “complementari”. Questa spinta europeista ha rafforzato l’interesse già manifestato da personalità non organiche all’esecutivo. Tra gli altri Mario Giro, che è tra le firme di punta d’un quotidiano notoriamente antimeloniano: Domani. Responsabile delle Relazioni Internazionali della Comunità di Sant’Egidio, in passato egli ha anche rivestito la carica di Sottosegretario agli Esteri.

Sul Piano Mattei ha persino curato un libro20 ma, per cogliere gli estremi del suo discorso, ci si può riferire pure a un’intervista dell’aprile 2025. In cui Giro si riferisce a un’opera che è poco definire strategica: il corridoio di Lobito, un «progetto infrastrutturale che collega il cuore minerario dello Zambia e del Katanga (RDC) all’Atlantico angolano»21. Dunque, ne risultano interessate aree ove si concentrano risorse decisive negli odierni processi produttivi: litio, manganese, rame, cobalto. In più tale opera, sostenuta in primo luogo dalla Unione Europea, potrebbe «arginare la predominanza cinese sulla supply chain delle terre rare»22.
A ben vedere, ciò ci fa tornare sulle caratteristiche di fondo del Piano Mattei. Ben lungi dall’essere un progetto definito in tutte le sue linee, esso può apparire come un contenitore che – volta per volta – si riempie di nuovi contenuti. Tra questi, possiamo appunto annoverare la possibilità di partecipare alla realizzazione del suddetto Corridoio, investendo 320 milioni. In merito, come narra con entusiasmo Giro, il 27 Marzo del 2025 vi è stata una riunione «organizzata dalla Struttura di Missione del Piano Mattei in collaborazione con il Global Gateway dell’Unione Europea, alla quale hanno partecipato grandi imprenditori italiani – come We Build-Salini, Ghella o Eni – con esponenti del mondo africano, fra cui i ministri di Zambia, Tanzania e Angola e il capo di Gabinetto del Primo Ministro della Repubblica Democratica del Congo»23. In questo caso, l’eccitazione dell’ex Sottosegretario agli esteri non risulta priva di fondamento. Lobito infatti – riprendiamo volentieri le sue parole – è un’infrastruttura «attraverso la quale passerà di tutto, dalla comunicazione alle strutture energetiche»24.
Ora, anche se la scelta di partecipare non sembra scaturire da una strategia complessiva, il passaggio in questione rimane rilevante. Tuttavia, altri aspetti della narrazione di Giro possono persuadere di meno. Egli asserisce, infatti, che il Piano in oggetto «concentra i protagonisti attorno ad un unico tavolo: ministeri, grandi aziende, ong, Banca d’Italia ecc. Tutti i soggetti che si occupano di Africa a vario titolo sono presenti»25 Per quanto ne sappiamo, tra le realtà citate ve ne sono alcune che non si sentono adeguatamente rappresentate. Ma su questo torneremo.
Passando ad altro argomento, colpisce che un esperto del suo calibro faccia proprie le parole (e quindi le rappresentazioni) della Presidente del Consiglio, accreditando al nostro Esecutivo una sincera volontà di ascolto degli africani. Chissà, forse anche in questo caso – come in quello dei think thank – si tratta di blandire per far accettare i propri suggerimenti. In ogni caso, in altri luoghi la sua argomentazione torna a essere convincente. Soprattutto laddove Giro sottolinea che la cacciata dei francesi e il connesso sommovimento politico «hanno fatto emergere un’Africa che tende a fare da sé, che vuole piena autonomia e indipendenza, e che sceglie a chi rivolgersi: attori globali come la Cina e la Russia, ma anche altri come la Turchia, l’Arabia Saudita ad esempio. In questo contesto l’Italia può trovare un suo spazio»26. In sostanza, in questa fase pesa la nuova postura assunta dalle leadership africane. Le quali, per non essere soffocate, cercano il più possibile di rifuggire dalle interlocuzioni esclusive. E quindi aprono al dialogo, e ai partenariati, non solo con le grandi potenze, ma anche con quelle medie in cerca, appunto, di spazio.
Il punto di vista delle Pmi
Tuttavia, come si è anticipato, nel dibattito pubblico nostrano non mancano voci meno ottimiste. Esse non rimandano a un partito preso, ma alla lentezza nella esecuzione del Piano. In un contributo pubblicato a luglio 2025 sulla testata ecologista Greenreport, Nicola Baggio ha indicato alcune delle possibili ragioni del mancato decollo. La sua trattazione parte dalle fonti di finanziamento, che rimandano, per il grosso, «al Fondo Italiano per il clima» nato «nel 2021 (L. 234/2021), quando il ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (Mesa) si chiamava Mite»27. Alla genesi, tale fondo «rappresenta il principale strumento pubblico per perseguire l’impegno dell’Italia, insieme agli altri Paesi OCSE, a mobilitare collettivamente almeno 100 miliardi di euro l’anno di finanza per il clima verso i Paesi emergenti e in via di sviluppo»28. Oggi, esso «costituisce l’ossatura principale del Piano Mattei»29. Che, tuttavia, beneficia pure delle risorse dell’Aics, l’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo.
Dunque, per un progetto di politica estera ritenuto cruciale ci si è basati su risorse e fondi già esistenti, ai quali «è stata appiccicata una nuova etichetta più cool»30. Visto il modo di presentare il Piano, come minimo ci si potevano aspettare dei finanziamenti straordinari (e, come si è detto, di maggior consistenza). Ma questa è ancora una premessa, sia pur non irrilevante. Baggio ci porta addirittura a pensare che, per molti imprenditori nostrani agenti in Africa, il Piano in questione non sia una cosa concreta. Al riguardo, egli cita la prima relazione sullo Stato di attuazione del Piano Mattei, inviata alla Camera nel novembre del 2024. In essa si riferisce di soli ventuno progetti attivi, alcuni dei quali rientranti nella categoria dei «Memorandum of Understanding, ovvero accordi meramente indicativi e non progetti attuativi»31. Invero, da allora qualche passo in avanti è stato fatto. Intanto, come riporta la seconda relazione annuale sullo stato di attuazione, sono state aggiunte «cinque nuove nazioni (Angola, Ghana, Mauritania, Senegal e Tanzania)»32, aumentando – almeno formalmente – la presenza nell’Africa subsahariana. In secondo luogo, un certo impulso è venuto dalla maggiore cooperazione con l’Ue e con il suo Global Gateway, in particolare in ambiti come l’agroalimentare, l’energia sostenibile e le infrastrutture, intese anche in senso digitale. Tuttavia, ciò ha compensato solo in parte lo scarso slancio iniziale, che in ogni caso va spiegato.
Nel suo esame, Baggio riporta il punto di vista di quelle piccole e medie imprese che, oltre ad avere un particolare rilievo nel tessuto economico italiano, sono spesso portatrici di interessi diversi da quelli delle multinazionali. In tale ottica, egli riferisce d’un incontro con un funzionario della Cassa Depositi e Prestiti, a cui ha chiesto delucidazioni circa il mancato coinvolgimento – nel Piano – dei soggetti economici meno grandi. Rispondendogli, l’interlocutore ha precisato la destinazione dei Fondi a quei progetti che «cubano almeno 20 milioni, meglio 50 milioni di euro»33. Facile osservare, di converso, che «queste taglie di investimento sono del tutto fuori scala per le iniziative delle numerosissime imprese italiane che lavorano in Africa in tutti i settori, dall’industria all’agricoltura, dal turismo al commercio»34. A detta di Baggio, per invertire la rotta vanno sostenuti progetti «di investimento dai 100mila ai 5 milioni di euro», perché questa «è la fascia tipica e ragionevole degli investimenti del tessuto industriale in Africa»35. Di più, per questa via si avrebbe un maggiore coinvolgimento delle Ong che operano nei vari paesi africani, e che talvolta vi sono così radicate da agevolare l’instaurazione di solidi rapporti economici.
Ora, tali annotazioni sembrano collidere con quelle di Mario Giro, che magnificava il coinvolgimento nel Piano di tutti gli attori. Del resto, non era facile definire un progetto capace di mettere assieme le imprese più grandi e quelle più piccole, le realtà economiche ad alto tasso tecnologico e quelle meno innovative, le strutture governative e le Ong. Per dire, dall’articolo di greenreport si può evincere che queste ultime non siano messe nella condizione di giocare pienamente il proprio ruolo, peraltro non privo di ambivalenze (al di là del lato umanitario, è noto che alcune di esse facciano da battistrada alla penetrazione capitalistica di interi territori). Ma non c’è solo questo. Prima s’ipotizzava una spinta delle imprese a sostegno di un maggior ancoraggio al progetto europeo denominato Global Gateway. Ritenendo verosimile che vi sia stata, rimane che poi l’Esecutivo non è stato in grado di soddisfare l’intero mondo economico nostrano. Del resto, anche limando e perfezionando il Piano, non è escluso che i suddetti problemi rimangano insoluti. Il punto è questo: in un contesto come quello africano – segnato come non mai dalla competizione tra le potenze capitalistiche – risulta difficile seguire le indicazioni di Baggio.
Come s’è visto prima, non manca chi parla d’una scarsa organicità del Piano Mattei. Ma se si dovessero sostenere tutte le Pmi, operanti su scala ridotta e in mille rivoli, dal poco organico si passerebbe alla più estrema frammentazione. In sostanza, si affaccia qui una questione di fondo che non rimanda solo alla mancanza di visione e di capacità di coordinamento dell’Esecutivo Meloni, mediocre come pochi altri. Il punto focale è invece la struttura stessa del capitalismo italiano, distinta da una notevole segmentazione del tessuto imprenditoriale. Il che non è proprio un punto di forza, quando si hanno propositi di espansione internazionale.
1Piano Mattei, l’Italia lancia il secondo Vertice Italia-Africa in Etiopia il 13 febbraio, in https://www.governo.it/it/articolo/piano-mattei-l-italia-lancia-il-secondo-vertice-italia-africa-etiopia-il-13-febbraio/30948.
2 Piano Mattei per l’Africa, in www.governo.it/it/piano-mattei.
3 Si tratta di ISPI, Aspen, Cespi, ECFR e IAI.
4 Il Piano Mattei: rilanciare l’Africa Policy dell’Italia, in https://www.esteri.it › ISPI_FPC-Piano-Mattei
5 Ibidem.
6 Ibid.
7 Ibid.
8 Ibid.
9 Ambizioni e limiti del piano del governo italiano per l’Africa, «il Post», 30 Gennaio 2024.
10 Ibidem.
11 Diritti dei lavoratori: in Africa maglia nera a Egitto, Tunisia, eSwatini, in africarivista.it, 13 giugno 2024.
12 Piano Mattei, Italia e Algeria firmano il protocollo per la formazione di un polo d’eccellenza per la formazione professionale in agricoltura, 23 luglio 2025, in www.governo.it/it/articolo/piano-mattei-italia-e-algeria-firmano-il-protocollo-la-creazione-di-un-polo-deccellenza-la.
13 Ibidem.
14 Ibidem.
15 D.L. 15 Novembre 2023, n. 161. Disposizioni urgenti per il «Piano Mattei» per lo sviluppo in Stati del Continente africano. (23G00173), in https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legge:2023;161.
16 Il Piano Mattei: rilanciare l’Africa Policy dell’Italia, cit.
17Global Gateway Africa: il piano di investimenti europeo per il continente, 22 Giugno 2025, in https://www.assolombarda.it/servizi/internazionalizzazione/informazioni/global-gateway-africa-uno-sguardo-approfondito-al-piano-di-investimenti-europeo-milano-22-giugno-ore-10.30.
18 Ibidem.
19 Piano Mattei, evento di alto livello tecnico Italia-Ue per rafforzare la cooperazione con l’Africa, 27 marzo 2025, in https://www.governo.it/it/articolo/comunicato-stampa-congiunto-italia-ue-piano-mattei-evento-di-alto-livello-tecnico-italia-ue.
20 M. Giro (a cura di), Piano Mattei. Come l’Italia torna in africa, Milano: Guerini e Associati, 2024.
21 R. Forcellino, Il Corridoio di Lobito: un’occasione strategica per l’Europa (e l’Italia) nel nuovo scacchiere africano, 20 Maggio 2025, in https://www.geopolitica.info/europa-africa/.
22 Ibidem.
23R. Missaglia e B. Tintori, Intervista a Mario Giro: il Piano Mattei nel 2025, 14 Aprile 2025, in https://www.geopolitica.info/piano-mattei/.
24 Ibidem.
25 Ibid.
26 Ibid.
27 N. Baggio, Perché il Piano Mattei non decolla? Ecco cosa ne pensano le Pmi italiane in Africa, 10 Luglio 2025, greenreport.it.
28 Fondo Italiano per il Clima, in https://www.mase.gov.it/portale/il-fondo.
29 N. Baggio, cit.
30 Ibidem.
31 Ibid.
32 Relazione annuale al Parlamento sullo Stato di Attuazione, 1° luglio 2024 – 30 giugno 2025, in https://www.governo.it/sites/governo.it/files/documenti/documenti/Notizie-allegati/Piano%20Mattei/Relazione_Attuazione_PianoMattei_2025.pdf.
33N. Baggio, cit.
34 Ibidem.
35 Ibid.
di Emiliano Gentili, Federico Giusti e Stefano Macera


