Il Libano rischia di essere raccontato, ancora una volta, come una semplice pedina: un territorio dove si misurano la deterrenza tra Israele e Hezbollah, la pressione tra Stati Uniti e Iran, e le solite geometrie della guerra per procura. Ma così si perde il punto più importante. In mezzo a quei fronti c’è un paese reale, con una popolazione civile che non coincide né con Hezbollah né con le élite bancarie e politiche che hanno accompagnato il collasso economico.
È questo il nodo libanese di oggi: una società civile compressa tra due linee di conflitto. La prima è esterna e militare. La seconda è interna e finanziaria. Entrambe scaricano costi su chi ha meno margini per assorbirli.
Sul fronte esterno, il segnale è chiarissimo. Il ministro degli Esteri libanese Youssef Rajji ha chiesto pubblicamente a Hezbollah di non trascinare il Libano in un eventuale scontro tra Stati Uniti e Iran, avvertendo del rischio di una risposta israeliana ancora più dura, con possibili attacchi a infrastrutture civili, incluso l’aeroporto di Beirut.
La sola menzione dell’aeroporto non è un dettaglio tecnico: è una minaccia al funzionamento stesso del paese. L’aeroporto di Beirut non è solo uno snodo logistico. È il corridoio della diaspora, il canale di entrata per famiglie, lavoro, rimesse, aiuti, evacuazioni, contatti col mondo. Colpirlo significherebbe trasformare un rischio militare in un trauma civile ed economico immediato.
In più, il Libano non parte da una condizione di pace vera. Dopo il cessate il fuoco del novembre 2024, gli attacchi israeliani in territorio libanese sono proseguiti quasi quotidianamente. È una guerra a bassa intensità mai davvero conclusa, che rende il paese strutturalmente vulnerabile a ogni nuova escalation regionale.
La riduzione del personale non essenziale dell’ambasciata Usa a Beirut va letta dentro questo contesto: misura di sicurezza, certo, ma anche segnale politico di de-risking, nel momento in cui Washington aumenta la pressione su Teheran e lascia aperta, insieme alla diplomazia, anche l’opzione militare.
Ma fermarsi qui sarebbe un errore. Perché mentre il mondo guarda al rischio di una nuova guerra, il Libano combatte già un’altra guerra, tutta interna: quella su chi deve pagare il collasso iniziato nel 2019.
Il dibattito sulle riserve auree della banca centrale — oggi valutate intorno ai 45 miliardi di dollari grazie all’aumento del prezzo dell’oro — non è una curiosità da tecnici della finanza. È lo scontro politico e morale più importante del momento. Il Financial Times (ripreso da altre testate) racconta che parte dell’establishment valuta la possibilità di vendere o affittare una quota dell’oro per alleggerire la crisi bancaria; ma una larga parte della popolazione lo percepisce come l’ennesimo tentativo di socializzare le perdite e proteggere banche e grandi depositanti.
Per moltissimi libanesi non si tratta di scegliere tra soluzioni “tecniche”, ma di decidere se il patrimonio nazionale debba essere usato per riparare un sistema che ha già scaricato il costo del collasso sui correntisti comuni. Il conflitto, insomma, non è solo macroeconomico. È redistributivo, sociale, anche esistenziale quando riguarda la differenza tra vivere e morire.

Anche perché il paese discute tutto questo mentre il Parlamento deve affrontare la controversa “financial gap law”, la legge che dovrebbe definire come ripartire le perdite del sistema finanziario tra Stato, banca centrale, banche e depositanti. Reuters ha ricostruito sia l’approvazione in consiglio dei ministri sia le critiche di depositanti e settore bancario, in un quadro già segnato da sfiducia e paralisi.
Qui si vede bene il secondo fronte che tiene in ostaggio il paese: la guerra delle perdite. Una guerra meno spettacolare dei missili, ma non meno devastante nella vita quotidiana. La linea del fronte passa davanti alle banche, nei conti bloccati, nei risparmi erosi, nella domanda — ancora senza risposta piena — su chi debba assumersi la responsabilità politica e patrimoniale del disastro.
Eppure, se si guarda solo a Hezbollah da una parte e al sistema bancario dall’altra, si continua a cancellare il soggetto più importante: la società libanese che prova a tenere insieme ciò che resta.
C’è un Libano fatto di municipalità, reti locali, ONG, operatori sociali, servizi di prossimità, comunità che reggono funzioni che lo Stato non riesce più a garantire in modo stabile. Il Lebanon Response Plan 2026 delle Nazioni Unite insiste proprio su questo: oltre l’emergenza, il piano punta su resilienza, localizzazione e rafforzamento dei servizi pubblici, coinvolgendo oltre 150 agenzie ONU, ONG e partner nazionali. Non è retorica umanitaria: è la fotografia di un paese che sopravvive anche perché una parte della società civile continua a cucire strappi che la politica e la geopolitica allargano.
Anche le elezioni municipali e dei mukhtar del 2025 — arrivate dopo anni di rinvii in un contesto di crisi severissima — raccontano qualcosa che fuori dal Libano si vede poco: spazi civici e amministrativi ancora vivi, seppure fragili. I dati UNDP/LADE mostrano, tra l’altro, un forte aumento delle donne elette nei consigli municipali, segnale imperfetto ma reale di una società che non può essere ridotta alla caricatura “milizie contro oligarchie”.
Questo non significa romanticizzare la resilienza. Anzi. Il rischio di un nuovo conflitto regionale arriva proprio mentre il paese mostra una ripresa economica definita dalla Banca Mondiale “fragile”, con crescita reale del Pil nel 2025 stimata al 3,5%, trainata in parte da consumi, turismo e rimesse della diaspora. Una ripresa modesta, vulnerabile, facilmente reversibile.
Il Fondo monetario, da parte sua, ha ribadito a febbraio che senza riforme profonde — ristrutturazione bancaria, strategia fiscale, sostenibilità del debito — non ci sarà una vera stabilizzazione. In altre parole: anche senza guerra il Libano resta dentro un imbuto. Con una guerra, quel poco di spazio che si era aperto rischia di richiudersi.
Per questo il Libano è un ostaggio dei due fronti. Da una parte la minaccia di essere usato ancora come campo di deterrenza e rappresaglia tra potenze e alleati regionali. Dall’altra la pressione interna di un sistema che discute di oro, perdite e ristrutturazioni senza aver ancora ricostruito fiducia, giustizia distributiva e protezione effettiva dei cittadini.
Ci si chiede in questo momento chi protegga i civili e chi pagherà ulteriormente il collasso economico. Il Libano rischia di essere trattato contemporaneamente come territorio di guerra dagli altri e come bilancio da chiudere dai propri potenti. E invece, prima di tutto, è un paese abitato da persone.



