La nuova frontiera dell’intelligenza artificiale non è (solo) nei laboratori, ma sotto terra e lungo le reti: capannoni iperconnessi, chilometri di cavi, trasformatori, torri di raffreddamento. È la geografia invisibile dei data center che alimentano l’IA generativa. A ogni nuovo modello servono più calcolo e più raffreddamento; tradotto: più elettricità e più acqua. Il risultato è un effetto a catena che in molti Paesi si sente già sulla pelle: reti sotto tensione, bacini idrici prosciugati più in fretta, proteste delle comunità che quei siti li ospitano.
L’Europa sta scoprendo il rovescio della medaglia. L’Irlanda, che per anni ha steso il tappeto rosso ai giganti del digitale, si ritrova con quote crescenti di consumo elettrico assorbite dai data center e con vincoli alla localizzazione nell’area di Dublino. In Cile l’attenzione si concentra sulle falde e sui prelievi idrici; in Sudafrica la fragilità della rete elettrica ha trasformato il tema in questione sociale. Messico, Brasile, Regno Unito, India, Malesia, Paesi Bassi, Singapore e Spagna affrontano la stessa domanda: quanto sviluppo digitale può reggere un’infrastruttura progettata per un mondo pre-IA?
Il nodo non è solo ambientale. Le grandi piattaforme spesso operano tramite consorzi, filiali e fornitori: una catena che rende opaca la lettura degli impatti reali su territorio e risorse. I governi, attratti da investimenti e occupazione, offrono terreni, incentivi, permessi rapidi. L’equilibrio tra interesse pubblico e corsia preferenziale è sottile: senza regole chiare su energia, acqua e restituzione al territorio, l’innovazione rischia di presentare il conto alle comunità con blackout, scarsa trasparenza e conflitti.
L’Italia è nel pieno di questa curva. Milano e l’hinterland sono diventati un polo naturale per disponibilità di connettività, mercati e interscambio: è qui che si concentrano molti progetti, con nuove richieste di allaccio alla rete elettrica e piani di espansione che corrono più veloci delle procedure autorizzative. Si parla di investimenti miliardari nel biennio in corso e di domande di connessione che, sommate, superano di gran lunga la capacità oggi disponibile: segnali di una domanda esplosiva che, senza pianificazione, rischia di comprimere altre priorità industriali e civili.
Anche il capitolo acqua non è marginale. I data center moderni adottano tecniche di raffreddamento sempre più efficienti e sistemi di riciclo, ma la domanda complessiva resta elevata. In territori già stressati dalla siccità estiva o da reti idriche datate, aprire o ampliare un campus digitale significa scegliere a cosa destinare risorse finite. È un tema di giustizia ambientale: chi beneficia del valore creato e chi paga gli esternalità?
Le aziende rivendicano progressi: acquisti di rinnovabili, progetti eolici e fotovoltaici dedicati, recupero del calore per teleriscaldamento, circolarità dell’acqua. Sono passi necessari, ma non sufficienti se non diventano standard minimi, verificabili e legati a impegni territoriali precisi: quote vincolanti di energia pulita prodotta in loco o contrattualizzata sulla stessa zona di mercato, target di “acqua positiva” dove i bacini sono critici, fondi per resilienza idrica ed elettrica a beneficio anche dei residenti.
Per l’Italia, la posta in gioco è duplice. Da un lato c’è l’opportunità: attrarre infrastrutture strategiche, spingere filiere nazionali (energie rinnovabili, componentistica, sistemi di raffreddamento, edilizia specializzata), consolidare il ruolo di hub europeo. Dall’altro ci sono i rischi: concentrare troppo carico su poche dorsali elettriche, rallentare la decarbonizzazione di altri settori energivori, alimentare conflitti locali dove i benefici economici non ricadono in modo percepibile su servizi e bollette.
Serve dunque una politica industriale esplicita per i data center dell’IA: mappatura nazionale delle aree idonee, valutazioni cumulative (non sito per sito), connessioni alla rete programmate su orizzonti certi, criteri ambientali uguali per tutti e clausole di restituzione ai territori. In concreto: autorizzazioni legate a nuova capacità rinnovabile e storage, riuso del calore come condizione, piani idrici con misurazione puntuale dei prelievi e degli scarichi, obbligo di rendicontazione pubblica su energia, acqua e interruzioni evitate o compensate.
La corsa all’IA promette produttività e crescita. Ma non esiste crescita digitale senza fiducia sociale. Per conquistarla, il Paese deve pretendere trasparenza, standard tecnici elevati e benefici misurabili per le comunità che sopportano il carico. Altrimenti, il cloud che immaginiamo sulle nostre economie rischia di scaricare temporali dove l’infrastruttura è più fragile — e l’innovazione, invece di unire, finirebbe per dividere.


