Mentre la Repubblica Democratica del Congo affonda sotto le piogge torrenziali, gli occhi del mondo sono puntati altrove: sulle miniere. In pochi giorni, la capitale Kinshasa è stata sommersa da inondazioni che hanno distrutto centinaia di abitazioni.
Interrotte le principali arterie stradali e, al momento accertata la morte di almeno 33 persone, con un bilancio destinato a salire. Migliaia di sfollati hanno perso tutto, rifugiandosi in strutture improvvisate, senza acqua potabile, servizi igienici né elettricità.
La capitale, megalopoli da oltre 17 milioni di abitanti, ha visto esondare il fiume Ndjili, colpita ancora una volta da eventi meteorologici estremi sempre più frequenti. Le autorità attribuiscono la portata della catastrofe alla crescita urbana disordinata, che ha spinto interi quartieri a sorgere su pendii fragili e senza sistemi di drenaggio.
È il volto urbano di una crisi che investe tutto il paese: solo nel 2024 si sono registrati oltre 300 morti per le alluvioni, e nel 2023 le vittime erano state più di 400. Una spirale ormai ciclica, aggravata da cambiamenti climatici globali e incuria locale.
In parallelo, nell’est del paese, si gioca un’altra partita. Lì, dove si concentra una delle più grandi riserve di stagno del mondo, le attività estrattive sono sospese da settimane a causa dell’avanzata dei gruppi armati.
La miniera di Bisie, nel Nord Kivu, controllata dalla canadese Alphamin Resources Corp., ha interrotto le operazioni per motivi di sicurezza. Il sito produce circa il 6% dello stagno mondiale e rappresenta una delle poche presenze industriali con legami diretti agli Stati Uniti.

Enough Project CC BY-NC-ND 2.0
Negli ultimi giorni, pressioni diplomatiche hanno spinto i ribelli dell’M23 a ritirarsi temporaneamente dalla zona, aprendo la possibilità di una rapida ripresa delle attività. Una prospettiva che ha riacceso l’ottimismo degli investitori, facendo impennare le azioni della compagnia.
Mentre i riflettori internazionali si accendono sulla ripartenza della produzione mineraria, le case dei congolesi continuano a franare nel fango, senza che la stessa attenzione venga riservata all’emergenza umanitaria.
Nel frattempo, l’intera regione dei Grandi Laghi si conferma come una delle aree più instabili al mondo. I conflitti armati, legati al controllo delle risorse, non si sono mai fermati. Si moltiplicano le accuse verso Ruanda e Uganda, che avrebbero beneficiato economicamente della guerra di contrabbando dei minerali.
I dati sulle esportazioni parlano chiaro: miliardi di dollari in oro e stagno esportati da paesi che, ufficialmente, non ne producono in quantità significative.
Il Congo, con oltre 100 milioni di abitanti, vive una delle peggiori crisi umanitarie del pianeta. Milioni di sfollati interni, insicurezza alimentare cronica, servizi sanitari al collasso. Eppure, resta una terra contesa per ciò che contiene nel sottosuolo.
Anche nel 2024, gli aiuti internazionali sono stati tra i più consistenti al mondo: oltre 900 milioni di dollari in assistenza da parte degli Stati Uniti. Ma con il progressivo disimpegno di molte potenze occidentali, si stima che milioni di persone perderanno l’accesso al cibo e all’assistenza nei prossimi mesi.
Il paradosso resta intatto: mentre i fiumi distruggono le case e i ribelli avanzano sulle colline, l’interesse principale resta su chi tornerà per primo a scavare nel terreno.


