A Ulm, nel sud della Germania, da anni c’è un oggetto che dice una cosa semplice: la povertà estrema non si “risolve” con un’idea, ma si può evitare che uccida mentre aspettiamo soluzioni più grandi. Si chiama Ulmer Nest e non è un simbolo: è un rifugio d’emergenza, piccolo e chiudibile dall’interno, pensato per chi dorme fuori e non entra (o non riesce a entrare) nei dormitori.
La notizia, oggi, non è che esiste: è che continua a funzionare come servizio stagionale, messo in rete con l’assistenza sociale. Nel 2025 la città ha comunicato che le “Ulmer Nester” sarebbero tornate operative, collocate nei due punti ormai consueti (Karlsplatz e Alter Friedhof) come “protezione dal gelo” durante l’inverno. E soprattutto ha spiegato la catena: quando una capsula viene usata e chiusa, la segnalazione arriva agli operatori, e il mattino dopo si prova un contatto per orientare ai servizi e seguire la situazione.
Fin qui, l’ingegno. Ma la parte interessante — per noi — è l’ordinario amministrativo. Perché questo progetto è nato come risposta comunale a un bisogno concreto (“quello che esiste non basta per tutti”), e nel tempo è entrato in un perimetro di gestione pubblica e sociale. Il Comune ha persino messo nero su bianco l’ordine di grandezza della spesa: in un report del 2020, nella fase di passaggio al regime, per due capsule si parla di fino a 5.700 euro l’anno per il funzionamento ordinario (logistica di avvio/chiusura stagione, manutenzioni, parti soggette a usura).
È una cifra che non va mitizzata — la povertà non si affronta con due scatole — ma aiuta a rimettere le proporzioni al loro posto. La discussione pubblica, quando parla di chi vive in strada, tende a oscillare tra due estremi: l’utopia (“servirebbero case per tutti, quindi intanto non facciamo nulla”) e il decoro (“spostiamoli, invisibilizziamoli”). L’esperienza di Ulm sta in mezzo: non sostituisce politiche abitative, ma riduce un rischio immediato e misurabile — il freddo notturno, l’ipotermia, l’aggressione, la paura. E lo fa con un dispositivo che intercetta una categoria precisa: chi resta fuori dai circuiti dell’accoglienza, per scelta, per trauma, per regole, per marginalità estrema.
Il punto “povertà al centro” è qui: quando guardiamo alla strada come a un luogo neutro, ci dimentichiamo che è un acceleratore di danno. Anche in Germania, dove i numeri sono monitorati con maggiore continuità, il fenomeno è enorme: la statistica ufficiale di Destatis conta circa 474.700 persone “alloggiate” perché senza casa a fine gennaio 2025 (cioè in strutture e sistemi di ospitalità, non necessariamente in strada). E una stima più ampia della Bundesarbeitsgemeinschaft Wohnungslosenhilfe parla di oltre un milione di persone senza casa nel 2024, distinguendo anche la quota che vive senza alcun riparo.

Se è così in Germania, perché dovrebbe essere “impossibile” qui? In Italia il problema non è meno reale: è spesso meno misurato, più frammentato, più lasciato al racconto episodico. Proprio per questo, nelle scorse settimane Istat ha avviato una nuova rilevazione sulla povertà estrema e sulle persone senza dimora nei 14 Comuni capoluogo delle aree metropolitane (progetto 2025–2026): un tentativo di contare e capire, non di “intuire”.
Nel frattempo, la fotografia più dura arriva da chi la strada la osserva ogni giorno: l’osservatorio di fio.PSD registra 434 morti tra persone senza dimora nel 2024 e 414 nel 2025. Numeri che non misurano tutto, ma misurano abbastanza per dire che non si tratta di una “marginalità residuale”: è una condizione letale.
E allora l’idea “se è possibile a Ulm, è possibile anche da noi” va presa in modo sobrio, senza propaganda e senza autoassoluzioni. Non significa importare un gadget sociale. Significa prendere atto che esistono interventi a bassa soglia, relativamente rapidi da mettere in campo, che possono affiancare dormitori e servizi e ridurre un pezzo di danno immediato. Significa, soprattutto, fare una cosa che in Italia spesso evitiamo: mettere il tema della strada dentro un perimetro di responsabilità pubblica misurabile, con protocolli, gestione, manutenzione, relazione con il sociale.
In Germania, per due capsule, un Comune discute una spesa annua dell’ordine di qualche migliaio di euro. Qui, invece, il dibattito si incastra spesso tra la retorica della “sicurezza” e quella dell’“emergenza”, come se la povertà estrema fosse un evento meteorologico e non una condizione strutturale. Abbiamo piani, cornici, programmazioni: il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha adottato il Piano nazionale degli interventi e dei servizi sociali 2024–2026. Ma tra la parola “piano” e la strada c’è un passaggio che spesso manca: la capacità di fare, in tempi brevi, cose piccole ma determinanti, senza aspettare la riforma perfetta.
Il modello di Ulm non ci dice “basta questo”. Ci dice: cominciate da qui, dove la morte per freddo, isolamento e vulnerabilità è evitabile. E se un Comune medio europeo è riuscito a costruire un pezzo di risposta integrata, allora anche qui — tra municipi, servizi sociali, terzo settore, volontariato — si può smettere di trattare la strada come un destino e iniziare a trattarla come una responsabilità.


