Finita l’emergenza freddo a Trento e Bolzano tornano in strada 500 senzatetto
Diogenenews 14/03/2024: Il problema dell’ospitalità per gli individui senza dimora, che diventa più pressante dopo i lunghi periodi invernali ormai in via di conclusione, richiama l’attenzione nella regione: con la prossima cessazione delle attività dei centri di emergenza per il freddo, un numero significativo di persone, tra cui richiedenti asilo, migranti, e altri senza un tetto fisso, inclusi numerosi individui femminili, si trovano a rischio di rimanere senza rifugio. A Bolzano, il sindaco Renzo Caramaschi ha ripetutamente messo in evidenza il rischio reale che tra 450 e 500 individui si trovino senza un luogo dove vivere nel capoluogo, evidenziando la necessità impellente di discutere su come ridistribuirli nell’ambito provinciale. Secondo il sindaco, che ha richiamato l’attenzione delle comunità locali, l’obiettivo è distribuire l’accoglienza equamente nel territorio dell’Alto Adige, in proporzione alla popolazione. Anche Trento si confronta con una situazione critica, con la fine di marzo che segna il termine dell’ospitalità invernale e la potenziale emergenza sociale. Al 14 febbraio, il comune aveva a disposizione 234 posti per i senza tetto, con solo 23 ancora liberi e una lista d’attesa di 43 persone. La condizione dei richiedenti asilo era ancora più complessa, con 128 in attesa e solo 40 posti disponibili. L’assessore al Welfare comunale di Trento, Alberto Pedrotti, spiega che i posti disponibili sono stati sempre occupati durante l’inverno, e senza l’aggiunta di posti extra, molte persone si ritroveranno per strada, anche se non a rischio vita per il freddo. Secondo l’assessore, il sistema attuale è stato concepito per un numero inferiore di individui, rendendo fondamentale la gestione di coloro che restano “invisibili”. Pedrotti sottolinea la difficoltà di mappare esattamente chi non ha un alloggio, ma evidenzia che se la Provincia avesse incrementato i posti di accoglienza per i richiedenti asilo attraverso il Cinformi, si sarebbe potuto garantire un rifugio a tutti quest’inverno e anche in futuro. Tuttavia, la mancata classificazione dei richiedenti asilo come senza tetto li esclude da molti servizi di alloggio. L’obiettivo del Comune rimane quello di assicurare 48 posti strutturali per coprire il bisogno residuo. (Diogenenews 14/03/2024)
In Italia i senzatetto sono circa centomila e per il 38% sono stranieri
Diogenenews 14/03/2024: Le statistiche sulla povertà in Italia delineano uno scenario preoccupante. Dati dell’Istat relativi al 2021 indicano che ci sono 96.197 persone senza tetto o dimora fissa sparse per le città italiane. Tra queste, il 38% sono stranieri, con oltre la metà provenienti dall’Africa. Le informazioni raccolte coprono 2.198 comuni italiani, ma metà di queste persone si concentra in soli 6 comuni: Roma si distingue con il 23% del totale (oltre 22.000 individui), seguita da Milano con il 9%, Napoli con il 7%, Torino con il 4,6%, Genova con il 3% e Foggia con il 3,7%. Quest’ultimo dato risalta in quanto Foggia, un comune di dimensioni minori, evidenzia una percentuale notevole di senzatetto e persone senza dimora fissa. A Napoli, una quota significativa è rappresentata da donne (10% del totale censito), mentre la presenza di stranieri è meno marcata rispetto ad altri grandi comuni, situandosi all’8,6% contro il circa 60% di città come Roma, Milano e Firenze. Un caso particolare è quello del comune calabrese di San Ferdinando, dove i senzatetto o senza fissa dimora, perlopiù stranieri, costituiscono circa il 10% della popolazione censita a livello comunale. L’analisi rivela inoltre che altri comuni con una significativa presenza di persone senza tetto o dimora fissa straniere includono Trieste, Reggio nell’Emilia, Bologna, Alessandria, Como, Savona, Venezia, Brescia, Marsala, Catania, Sassari e Cagliari. (Diogenenews 14/03/2024)
Bangkok, cresciuta a dismisura la comunità degli anziani senzatetto dopo la pandemia
Diogenenews 14/03/2024: La pandemia di COVID-19 ha aggravato la situazione dei senzatetto a Bangkok, con un incremento notevole degli anziani tra le nuove persone senza dimora. Una possibile risposta a questa crescente crisi, secondo esperti e attivisti, potrebbe essere l’aumento delle pensioni per gli anziani e l’introduzione di una tassa patrimoniale per migliorare la sicurezza abitativa. Molti over 65 hanno perso la loro fonte di reddito e l’alloggio a causa della pandemia. Nonostante la ripresa del turismo, non sono in grado di rilanciare le loro attività e si trovano a cercare un riparo notturno sempre variabile. Il Bangkok Post riporta che la comunità dei senzatetto è cresciuta del 30% rispetto al periodo pre-pandemico. Molti anziani sopravvivono con una pensione governativa insufficiente per le esigenze abitative, che varia da 600 a 1000 baht al mese a seconda dell’età. Friso Poldervaat, fondatore del Bangkok Community Help, propone un aumento della pensione a 3000 baht mensili come soluzione per garantire stabilità abitativa agli anziani. Sustarum Thammaboosadee, professore all’Università di Thammasat, evidenzia che oltre il 70% degli anziani thailandesi dipende economicamente dai figli dopo il pensionamento. L’aumento della pensione e l’introduzione di sussidi sociali migliorerebbero la vita degli anziani e alleggerirebbero il carico per i lavoratori che si occupano di loro. La precarietà lavorativa è un altro fattore che contribuisce all’insicurezza abitativa, con più del 60% dei lavoratori thailandesi impegnati in occupazioni informali. Sustarum suggerisce una tassa patrimoniale per finanziare alloggi accessibili e contrastare l’aumento dei senzatetto, specialmente nella periferia di Bangkok. Cambia l’atteggiamento generazionale verso i senzatetto, con i giovani più inclini a riconoscere le cause strutturali del problema. Le proposte di riforma, compresa una maggiore pensione e l’introduzione di una tassa sul patrimonio, richiedono l’impegno pubblico e l’azione politica per diventare realtà, nonostante le sfide. (Diogenenews 14/03/2024)
Parlamento Ue: nuova legge a tutela di giornalisti e libertà di stampa
Diogenenews 14/03/2024: “Non si può mai enfatizzare troppo l’essenzialità di un panorama mediatico diversificato per il buon funzionamento della democrazia. In un periodo in cui la libertà di stampa è sotto assedio globalmente, inclusa l’Europa, la Legge europea sulla libertà dei media emerge come una risposta fondamentale a tale minaccia, segnando un punto di svolta nella legislazione del continente. Questa legge riconosce e tutela il ruolo cruciale dei media sia come entità commerciali sia come baluardi della democrazia”, dichiara Sabine Verheyen, relatrice del provvedimento legislativo approvato oggi a Strasburgo. Il regolamento mira a salvaguardare i giornalisti e l’ambiente mediatico dell’Unione da interferenze sia politiche che economiche. Con 464 voti a favore, 92 contrari e 65 astensioni, il testo legislativo impone agli Stati membri di assicurare l’indipendenza dei media, proibendo ogni forma di intrusione nelle decisioni redazionali. Una comunicazione precisa che sarà vietato alle autorità utilizzare arresti, sanzioni, perquisizioni, software spia sui dispositivi elettronici e altri metodi di coercizione per influenzare i giornalisti e i responsabili editoriali o forzarli a divulgare le loro fonti. Durante i negoziati con il Consiglio, il Parlamento ha stabilito severe restrizioni all’impiego dei software di sorveglianza, ammessi solo in situazioni eccezionali e con l’autorizzazione di un giudice, nel contesto di indagini su crimini seri punibili con la reclusione. “In tali casi, comunque, le persone sorvegliate dovranno essere informate a operazione avvenuta e avranno la possibilità di impugnare l’accaduto in giudizio”. Per prevenire l’uso politico degli enti di informazione pubblici, “i loro direttori e consiglieri di amministrazione dovranno essere scelti tramite procedure aperte, equanime e per un incarico di durata adeguata”. I finanziamenti ai media pubblici dovranno essere “continui, prevedibili e assegnati attraverso processi trasparenti e imparziali”. In aggiunta, per garantire trasparenza riguardo ai proprietari dei vari organi di informazione e agli interessi nascosti dietro di essi, “ogni testata giornalistica dovrà rendere note le informazioni sui propri proprietari attraverso un registro nazionale e specificare se hanno legami diretti o indiretti con lo Stato”. Infine, i legislatori hanno istituito un meccanismo per impedire che grandi piattaforme online come Facebook, X o Instagram possano limitare o cancellare arbitrariamente contenuti di media indipendenti.” (Diogenenews 14/03/2024)
Migranti: Emergency annuncia lo sbarco a Catania delle 52 persone soccorse dalla nave Life Support
Diogenenews 14/03/2024: Alle prime ore dell’alba del 13 marzo, si è concluso lo sbarco nel porto di Catania delle 52 persone soccorse dalla nave di Emergency Life Support. Il soccorso era avvenuto lunedì 11 marzo in acque internazionali in zona Sar libica. La barca in difficoltà era stata individuata dal ponte di comando della Life Support, dopo una segnalazione di Alarm Phone. “Si sono concluse senza problemi le operazioni di sbarco delle 52 persone soccorse dalla Life Support. Il salvataggio è avvenuto l’11 marzo. – spiega Luca Radaelli, membro dell’equipaggio della Life Support –. Il 9 marzo avevamo tentato di soccorrere 40 persone arrivate a bordo della piattaforma tunisina di estrazione del gas Miskar, in zona SAR maltese. La piattaforma ci aveva dato inizialmente l’autorizzazione a effettuare il soccorso, ma in un secondo momento non ci ha permesso di avvicinarci, chiedendoci di trasferire le 40 persone dalla piattaforma a una nave della Marina tunisina con i nostri gommoni. Ci siamo rifiutati perché la Tunisia non può essere considerata un porto sicuro: è un Paese dove sono documentate sistematiche violazioni dei diritti umani, discriminazioni razziali, torture e abusi per le persone migranti”. “Le condizioni dei naufraghi sono stabili e non ci sono casi medici gravi. – spiega Sara Chessa, infermiera a bordo della Life Support – Durante la navigazione, hanno sofferto di mal di mare a causa delle condizioni metereologiche difficili che abbiamo incontrato. Speriamo che possano avere una vita migliore nel prossimo futuro.” Le persone sbarcate, tra cui una donna e un minore non accompagnato, provengono da Bangladesh, Siria, Pakistan, Egitto e Nigeria. La nave di Emergency effettua missioni nel Mediterraneo centrale, la rotta migratoria più pericolosa al mondo, dal dicembre 2022. In sedici missioni, ha soccorso 1.271 persone. (Diogenenews 14/03/2024)
A Milano un protocollo in favore dei bambini che entrano in carcere per incontrare il genitore
Diogenenews 14/03/2024: Il 20 marzo verrà siglato il protocollo di Intesa tra il Tribunale di Milano e l’Associazione Bambini senza sbarre Ets, che mira a facilitare e implementare interventi di supporto e assistenza per i bambini che devono visitare un genitore detenuto e mantenere un legame durante il difficile periodo di attesa del giudizio, spesso caratterizzato da separazioni traumatiche. Il Tribunale rappresenta il primo contatto delle famiglie per ottenere l’autorizzazione a visitare il genitore detenuto. Il protocollo impegna il Tribunale ordinario di Milano a informare le famiglie, nel momento del rilascio dei permessi di visita, sulla possibilità di accedere a servizi di sostegno gratuiti per affrontare il primo ingresso dei bambini nelle carceri durante le visite ai genitori detenuti. Questo protocollo, il primo del suo genere in Italia, pone l’accento su questo momento cruciale di attenzione verso i bambini, spesso coinvolti involontariamente nell’esperienza carceraria dei genitori, e rappresenta un traguardo importante per l’applicazione della “Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti”, giunta al termine del suo decennale (2014-2024). La “Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti”, in fase di progressiva implementazione nelle carceri italiane e al di là dei confini nazionali, e che rappresenta un modello per le istituzioni europee, stabilisce nei suoi nove articoli le linee guida per accogliere e seguire i numerosi bambini che ogni giorno devono visitare i genitori detenuti, un diritto sancito dalla Convenzione Onu sui diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza (20 novembre 1989). Il protocollo specifica che per raggiungere prontamente le famiglie prima che i figli minorenni facciano il loro primo ingresso in carcere, è consigliabile informarle, al momento del rilascio del permesso per la visita, che l’Associazione Bambini senza sbarre Ets offre consulenza e supporto specialistico per il primo ingresso in carcere senza alcun costo per le famiglie. Le famiglie che desiderano attivare questo percorso di consulenza possono contattare l’Associazione Bambini senza sbarre tramite la linea telefonica dedicata Telefono Giallo al numero 392-99.38.324 o via email all’indirizzo telefonogiallo@bambinisenzasbarre.org Questo protocollo è parte degli sforzi del Tavolo regionale di monitoraggio istituito nel giugno 2017 in collaborazione con il Provveditorato dell’amministrazione penitenziaria per supervisionare a livello locale l’applicazione della “Carta dei diritti dei figli di genitori detenuti”. (Diogenenews 14/03/2024)
5 milioni di bambini nel mondo muoiono prima di arrivare a 5 anni, uno ogni sei secondi
Diogenenews 14/03/2024: Nel 2022, il numero di decessi infantili prima del compimento del quinto anno di età ha toccato un nuovo basso, scendendo a 4,9 milioni. Questo calo, riportato dall’Unicef, dall’OMS, dal Gruppo della Banca Mondiale e dall’UN DESA nel loro recente rapporto pubblicato dal Gruppo inter-agenzie delle Nazioni Unite per le stime della mortalità infantile (UN IGME), segna un progresso significativo, con una riduzione del 51% della mortalità globale sotto i 5 anni rispetto al 2000. Alcuni Paesi con reddito medio-basso hanno persino superato questa media, evidenziando l’efficacia degli investimenti nell’assistenza sanitaria primaria per migliorare la salute e il benessere infantile. In particolare, nazioni come Cambogia, Malawi, Mongolia e Ruanda hanno visto diminuire la mortalità sotto i 5 anni di oltre il 75% dal 2000. Tuttavia, nonostante questi miglioramenti, il rapporto sottolinea che la lotta contro le morti prevenibili di bambini e adolescenti è lungi dall’essere conclusa. Oltre ai 4,9 milioni di bambini morti prima dei 5 anni – con 2,3 milioni nei primi 30 giorni di vita e 2,6 milioni tra 1 mese e 5 anni – altri 2,1 milioni di bambini e giovani fino a 24 anni hanno perso la vita, concentrati soprattutto nell’Africa subsahariana e nell’Asia meridionale. Tra il 2000 e il 2022, il mondo ha visto la scomparsa di 221 milioni di bambini, adolescenti e giovani, un numero paragonabile alla popolazione della Nigeria. La maggior parte di queste morti è attribuibile a cause trattabili o prevenibili, quali complicanze alla nascita, polmonite, diarrea e malaria, suggerendo che molti decessi avrebbero potuto essere evitati con accesso migliorato a cure sanitarie primarie di qualità, inclusi trattamenti essenziali a basso costo. Sulla base delle tendenze attuali, 59 Paesi non riusciranno a raggiungere l’obiettivo degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) di ridurre la mortalità sotto i 5 anni, e 64 Paesi mancheranno l’obiettivo relativo alla mortalità neonatale. Questo implica che, entro il 2030, si prevede che 35 milioni di bambini moriranno prima di raggiungere il quinto anno di età, con un impatto devastante soprattutto per le famiglie in Africa subsahariana, in Asia meridionale e nei Paesi a basso e medio reddito. (Diogenenews 14/03/2024)
Rifaat al-Assad, zio del presidente siriano, sarà processato in Svizzera per crimini di guerra e contro l’umanità
Diogenenews 14/03/2024: La Procura Generale Svizzera (MPC) ha annunciato l’imputazione dell’ex vicepresidente siriano e ufficiale militare per una serie di crimini perpetrati nel febbraio del 1982, in occasione di un violento scontro a Hama, città dell’ovest della Siria, tra le forze armate siriane e gruppi di opposizione islamica. Non si sono ancora registrate reazioni ufficiali da parte della Siria o di Rifaat al-Assad, che si presume si trovi in Siria. Rifaat al-Assad, zio dell’attuale presidente siriano Bashar al-Assad, è accusato di “aver ordinato esecuzioni, tortura, maltrattamenti e arresti illeciti”, come riportato da un comunicato dell’MPC. Le accuse, che comprendono “crimini di guerra e contro l’umanità”, si riferiscono al suo ruolo di capo delle brigate di difesa e delle operazioni a Hama, città situata nella parte centrale della Siria, durante “un attacco armato diffuso e sistematico contro i cittadini di Hama”, secondo quanto riportato. Le forze di sicurezza siriane, schierate a Hama all’inizio di febbraio 1982 per soffocare una ribellione dell’opposizione islamica, avrebbero terminato le operazioni a fine mese, con le brigate di difesa identificate come principali responsabili della repressione. “Diverse migliaia di civili avrebbero subito abusi, dall’esecuzione sommaria alla detenzione e tortura in strutture create ad hoc”, afferma l’MPC, stimando che il conflitto abbia provocato tra i 3.000 e i 60.000 morti a Hama, la maggioranza dei quali civili. L’indagine in Svizzera si basa sulla giurisdizione universale, che consente di perseguire crimini di questa natura a prescindere dal luogo in cui sono stati commessi. La prima denuncia contro Rifaat al-Assad è stata presentata nel 2013 da TRIAL International, un’organizzazione per i diritti umani che spinge la Svizzera a processare presunti criminali internazionali. Philip Grant, capo del processo, ha accolto con favore l’accusa, sottolineando che contribuirà a chiarire “le responsabilità dei funzionari siriani di alto livello” nei crimini commessi dal regime di Assad negli ultimi decenni. Nonostante la richiesta del 2021 della Procura di emettere un mandato di arresto internazionale per l’86enne, il Ministero della Giustizia svizzero inizialmente si oppose, sostenendo che non esistesse la giurisdizione per il processo. Tuttavia, un anno dopo, un tribunale svizzero ribaltò questa decisione, riconoscendo la giurisdizione grazie al soggiorno di Rifaat al-Assad in un hotel di Ginevra nel 2013, quando furono avviate le indagini. Nonostante il suo recente ritorno in Siria dopo 37 anni di esilio, è improbabile che Rifaat al-Assad partecipi di persona al processo, la cui data non è stata ancora fissata. La legge svizzera, tuttavia, ammette la possibilità di processi in contumacia sotto certe condizioni. Esiliato nel 1984 dopo un tentativo fallito di deporre suo fratello, il defunto presidente Hafez al-Assad, Rifaat al-Assad ha vissuto in Svizzera e in Francia prima di fare ritorno in Siria nel 2021. Da allora, non è più apparso pubblicamente, se non in una recente foto con l’attuale presidente e la first lady. (Diogenenews 14/03/2024)
“La Turchia è responsabile dei crimini commessi nei territori occupati in Siria”. La denuncia di Human Watch Rights
Diogenenews 14/03/2024: Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto in cui afferma che la Turchia ha una responsabilità diretta negli abusi gravi e nei possibili crimini di guerra commessi sia dalle sue forze armate che dai gruppi armati locali supportati da essa nei territori del nord della Siria occupati. I curdi, in particolare, hanno subito la maggior parte di questi abusi a causa dei loro supposti legami con le forze curde che dominano ampie zone del nord-est della Siria. Il rapporto, intitolato “Abusi e impunità nella Siria settentrionale occupata dai turchi”, elenca una serie di violazioni quali rapimenti, arresti senza motivo valido, detenzioni illegali, violenza sessuale, torture, e più ancora, perpetrati dall’Esercito Nazionale Siriano (SNA) e dalla Polizia Militare, entrambi sostenuti dalla Turchia. Il documento evidenzia il coinvolgimento delle forze armate turche e dei servizi di intelligence nella supervisione e attuazione di tali abusi. Sono state inoltre documentate violazioni dei diritti relativi a alloggi, terre e proprietà, come il saccheggio, l’esproprio di beni e estorsioni, oltre alla mancanza di azioni punitive contro gli autori degli abusi o di compensi per le vittime. Adam Coogle, vice direttore di Human Rights Watch per il Medio Oriente, sottolinea che la continuazione di tali abusi richiede un intervento diretto della Turchia per fermarli, evidenziando la responsabilità diretta dei funzionari turchi, in alcuni casi coinvolti direttamente in crimini di guerra. La ricerca si basa su interviste con 58 ex detenuti, sopravvissuti di violenza sessuale, familiari delle vittime, testimoni, rappresentanti di ONG, giornalisti e ricercatori. La presenza turca in Siria dal 2016 ha portato al controllo di aree a nord di Aleppo, inclusa Afrin, precedentemente a maggioranza curda. La Turchia ha giustificato la sua occupazione con l’intento di creare “zone sicure” per facilitare il ritorno dei rifugiati siriani, ma non è riuscita a proteggere i civili, esponendoli a un’insicurezza diffusa. SNA e la Polizia Militare, con il supporto della Turchia, hanno perpetrato arresti arbitrari, sparizioni forzate, torture, e violenze sessuali, con la partecipazione diretta di militari e funzionari dell’intelligence turchi in alcuni casi. La maggior parte degli abusi è stata diretta contro i curdi, ma anche arabi e altre persone considerate vicine alle forze democratiche siriane sono stati bersagli. Nonostante le azioni militari turche come l’operazione Olive Branch e Peace Spring abbiano causato lo sfollamento di centinaia di migliaia di residenti, i tentativi di rimpatrio si scontrano con il ciclo continuo di saccheggi e espropri, lasciando chi contesta queste azioni vulnerabile a ulteriori abusi. La responsabilità per questi gravi abusi dei diritti umani e potenziali crimini di guerra rimane elusiva, con poche o nessuna azione legale intrapresa contro gli autori. Human Rights Watch ha sollecitato la Turchia a rispettare gli obblighi internazionali, inclusi la protezione dei civili, il perseguimento dei responsabili degli abusi, la compensazione delle vittime, e la garanzia dei diritti di proprietà. Il rapporto critica l’occupazione turca della Siria settentrionale per aver creato un ambiente di illegalità e impunità, distante anni luce dal concetto di “zona sicura” proposto. (Diogenenews 14/03/2024)
Prestiti che incentivano il saccheggio dell’Africa: il Presidente dell’African Development Bank critica la strada intrapresa della Cina
Diogenenews 14/03/2024: Il presidente della Banca Africana di Sviluppo, Akinwumi Adesina, ha sollevato preoccupazioni sui prestiti concessi in cambio delle abbondanti risorse di petrolio e minerali cruciali del continente, utilizzati in prodotti come smartphone e batterie per auto elettriche. Questi accordi, che hanno favorito l’espansione della Cina nell’industria estrattiva in paesi come il Congo, hanno portato alcuni stati africani a fronteggiare crisi finanziarie. Akinwumi Adesina, durante un’intervista rilasciata a Lagos, in Nigeria, ha criticato questi prestiti per l’impossibilità di valutare equamente il valore delle risorse sotterranee per contratti a lungo termine, ponendo sfide significative. Questi finanziamenti, legati ai futuri introiti dalle esportazioni di risorse naturali, sono spesso presentati come un’opportunità per i paesi beneficiari di accedere a fondi per progetti infrastrutturali, mentre offrono ai creditori maggiori garanzie di recupero dei fondi. Tuttavia, la crescente domanda di minerali critici, dovuta alla transizione verso l’energia rinnovabile e i veicoli elettrici, ha intensificato la stipula di questi prestiti. Adesina ha messo in luce vari problemi associati a questi accordi, tra cui negoziati iniqui in cui le parti finanziatrici dettano le condizioni, mancanza di trasparenza e rischio di corruzione, che favoriscono lo sfruttamento. Ha proposto l’eliminazione dei prestiti garantiti con risorse naturali e ha evidenziato un’iniziativa della banca per assistere i paesi nella rinegoziazione di prestiti iniqui. Questi prestiti, ha detto, rappresentano una sfida per enti come la sua banca e il Fondo Monetario Internazionale, che promuovono una gestione sostenibile del debito. Adesina ha portato l’esempio del Ciad, che ha affrontato una grave crisi finanziaria a causa di un prestito garantito da petrolio con Glencore, costringendo il paese a dedicare gran parte dei propri introiti petroliferi al servizio del debito. Dopo che Ciad, Angola e Repubblica del Congo hanno cercato il sostegno del FMI, l’istituto ha richiesto la rinegoziazione dei loro prestiti garantiti con risorse naturali. Almeno 11 paesi africani hanno ottenuto prestiti per miliardi di dollari garantiti con risorse naturali dagli anni 2000, con la Cina come principale fonte di finanziamento. Anche commercianti di materie prime e banche occidentali, come Glencore, Trafigura e Standard Chartered, hanno finanziato accordi di questo tipo. Adesina ha enfatizzato che la questione non riguarda specifici paesi, ma piuttosto la necessità per le nazioni africane di sviluppare la capacità di negoziare efficacemente e gestire il debito. Nonostante le critiche rivolte ai prestiti della Cina e ad accordi simili con altri paesi, la Banca Africana di Sviluppo ha lanciato l’Alleanza per le infrastrutture verdi in Africa, con l’obiettivo di mobilitare 10 miliardi di dollari per finanziare infrastrutture sostenibili, come un’alternativa a queste pratiche di finanziamento problematiche. (Diogenenews 14/03/2024)


